Utero in affitto: mera mercificazione del corpo?

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Quanto costa un bambino? Si tratta di cifre notevoli: si parte dai 117 mila euro per quanto riguarda gli Usa, ai 61 mila in Thailandia e i 55 mila in India sino ai 48 mila della Grecia. Si parla ovviamente di maternità surrogata e questi sono i dati raccolti lo scorso anno dall’associazione “Famiglie attraverso la maternità surrogata” riguardanti i prezzi con cui hanno a che fare coloro che desiderano un figlio ma non possono averlo naturalmente. E non finirebbe qui, perché a questo costo iniziale si aggiungono anche dai 5 ai 15 mila euro per spese mediche, assicurazioni, spostamenti ed hotel. È questo l’universo delle gravidanze in affitto, in molti casi molto più simili a dei veri e propri contratti commerciali piuttosto che a dei reali atti d’amore.

Dal 28 gennaio al Senato italiano è iniziato il lungo dibattito circa le unioni civili e fra le numerose tematiche coinvolte si è tornati a parlare anche delle maternità surrogate, soprattutto in relazione al delicato nodo riguardante la stepchild adotion (letteralmente adozione del figliastro) che consentirebbe, di fatto, anche agli italiani di poterne usufruire. Una questione annosa, denunciata non soltanto dai centristi e dai manifestanti del Family Day, ma persino da alcune correnti femministe.
Negli altri Paesi sono già più “evoluti” sull’argomento, basti pensare ad aziende come Facebook e Apple che finanziano le spese per l’eventuale congelamento degli ovuli delle loro impiegate, o a Liezl Van Zyl e Ruth Walker, professori universitari neozelandesi che hanno proposto di far diventare una professione la maternità surrogata. Cosa che in realtà sarebbe già tale ma che in questo modo tutelerebbe a livello economico le gestanti e si eviterebbero spiacevoli episodi di cause fra puerpere e committenti insoddisfatti del “prodotto” venduto.

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Solo ultimamente il problema sta interessando anche i governi di quei Paesi in cui, sinora, vi era un diffuso laissez-faire su tale pratica. L’esempio più eclatante è quello della Thailandia che, dopo quasi 30 anni, ha finalmente deciso di mettere un freno alle maternità surrogate in seguito ad uno scandalo che ha coinvolto una ventunenne tailandese. La ragazza aveva portato avanti la gravidanza per conto di due coniugi australiani ed aveva partorito due gemelli, di cui uno con la sindrome di Down, rifiutato dalla coppia. Il Parlamento la scorsa estate ha così deciso di intervenire per tutelare casi come questo, arrivando a vietare la maternità surrogata agli stranieri. “Vogliamo impedire che la Thailandia diventi l’utero del mondo“, ha dichiarato uno dei parlamentari.

Le voci contrarie sono numerose: c’è chi accusa i media, responsabili della legittimazione del desiderio di un figlio a qualunque costo, al punto da radicare l’idea che possa esistere un diritto ad avere figli, indipendentemente dai mezzi utilizzati.
In molti, come ad esempio la filosofa femminista Sylviane Agacinski, condannano la pratica della maternità surrogata, vista come una forma di prostituzione, un modo altro di mercificare il corpo di donne spesso disoccupate. Persino una vasta schiera del fronte omosessuale è contro l’utero in affitto, e lo considera come una forma moderna di schiavismo, in cui il ruolo della madre è negato ed il corpo femminile è ridotto a semplice “contenitore” atto a soddisfare bisogni e desideri di coppie benestanti.
La “riproduzione hi-tech” è un gigantesco business ed in molti casi i bambini, grattata via la patina di perbenismo, appaiono come un mero prodotto da banco, veri e propri giocattoli di lusso.

Il Team di BreakNotizie