Torture, abusi e molestie: ex colf indiane descrivono gli orrori sul lavoro in Arabia Saudita

Torture, abusi e molestie: ex colf indiane descrivono gli orrori sul lavoro in Arabia Saudita

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La coraggiosa testimonianza di due donne tenute in schiavitù dai propri datori di lavoro arabi.

Due donne indiane che lavoravano come domestiche in Arabia Saudita hanno deciso di testimoniare la loro terribile esperienza per rompere il silenzio sulle condizioni lavorative disumane alle quali centinaia di donne migranti vengono sottoposte ogni anno. Le due infatti venivano tenute in stato di schiavitù dai propri datori di lavoro e sono state per lungo tempo oggetto di torture ed abusi sessuali.

I proprietari della casa in cui lavoravo mi hanno trattato davvero male: erano soliti picchiarmi ogni giorno, molestarmi e torturarmi” ha dichiarato la trentottenne Noorjahan Akbar Husen durante un’intervista rilasciata a Rt News. Lei e suo marito erano stati truffati da un agente di Mumbai, che aveva promesso loro un lavoro sicuro a Riyadh, ma poi, una volta arrivati in Arabia Saudita erano stati separati e la donna è stata condotta in un’altra città, a Dammam, dove è cominciato l’incubo. Veniva costretta persino a prostituirsi nella casa in cui veniva tenuta in prigionia. La sua lotta per ottenere la libertà è durata diversi anni.

Quando ho informato l’ambasciata indiana mi è stato detto di continuare a lavorare, e che se mi fossi lamentata delle mie condizioni il proprietario avrebbe potuto avanzare una falsa denuncia nei miei confronti, facendo arrestare sia me che mio marito. Chiedevo loro aiuto tutti i giorni, ha raccontato Noorjahan, che ora vive nuovamente a Ahmedabad, in India.

Il datore di lavoro, grazie alle sue numerose conoscenze all’ambasciata indiana, le aveva impedito in ogni modo di lasciare il Paese.

Mio marito ha chiesto aiuto in molte occasioni al ministro degli Esteri indiano Sushma Swaraj ma lui non è mai intervenuto” ha spiegato la donna, aggiungendo che l’unico modo per riuscire ad ottenere aiuto è stato quello di corrompere i funzionari dell’ambasciata. “Alla fine mi dissero che potevano aiutarmi, ma per la cifra di 250 mila rupie [circa 3.700 dollari]. Ho chiesto un prestito per avere quella somma. Mio marito sta ancora lavorando in Arabia Saudita per poter rimborsare quel denaro ai creditori”.

Noorjahan ha raccontato di aver visto circa 200 ragazze nella sua stessa condizione a Dammam: donne che, come lei, avevano deciso di emigrare in Arabia Saudita con la speranza di poter guadagnare bene ma che poi si sono ritrovate in condizioni di schiavitù e sottoposte ad ogni tipo di vessazione da parte del datore di lavoro. L’umiliazione era parte del lavoro: venivamo trattate come animali. Se anche osavamo accennare una protesta venivamo picchiate e trascinate per i capelli”.

Un’altra donna, Anjum Fatima, anche lei truffata da dei presunti agenti di lavoro, ha raccontato che le persone che l’avevano assunta come domestica la costringevano a lavorare anche dopo essersi ammalata. “Mi picchiavano molto. Ho sofferto di terribili mal di stomaco e non mi hanno mai dato medicine per curarmi. Per sei mesi ho lavorato sino alle 2 del mattino, anche quando stavo male, e durante la notte mi torturavano. Se non erano soddisfatti del mio lavoro, mi lanciavano acqua bollente sul viso” ha raccontato Fatima.

La sua storia è molto simile a quella di Noorjahan: anche lei migrata in Arabia Saudita insieme al marito per cercare fortuna, le era stato promesso un lavoro come cuoca a Medina, invece il suo datore di lavoro l’aveva condotta in una zona rurale della provincia Al-Qassim, offrendole una paga che era meno della metà della somma pattuita inizialmente, soldi che in realtà non ha mai ricevuto. Per poter tornare a casa lei ed il marito si sono rivolti alla polizia locale, che però si è sempre rifiutata di intervenire sino a quando Fatima non ha deciso di inviare la sua storia al Times of India, uno dei più importanti quotidiani indiani. Quando la notizia si è diffusa, il datore di lavoro ha smesso di torturarla e alla fine le ha permesso di rimpatriare.

Noorjahan e Fatima hanno voluto testimoniare la loro traumatica esperienza per salvare altre donne dagli orrori che sono state costrette a sopportare e hanno lanciato un appello per dissuadere le persone dall’emigrare in Arabia Saudita in cerca di lavoro. “Vorrei dire a tutti coloro che vogliono trasferirsi in Arabia per lavorare e che sognano di diventare ricchi che è tutto falso, è una grande menzogna. Le persone che finiscono là vengono torturate, vessate e sfruttate sessualmente. Personalmente ho speso più soldi di quelli guadagnati in Arabia Saudita per tornare al mio Paese. Le altre donne dovrebbe evitare di andarci e non ripetere il mio stesso errore. Ho toccato con mano quanto possa essere orribile la vita in Arabia Saudita”, ha detto Fatima.

Nel 2013, l’Arabia Saudita ha approvato una legge sugli abusi domestici, la prima nella storia del Paese. Essa afferma che tutte le forme di abuso fisico e sessuale in ambiente domestico e sul posto di lavoro sono punibili con fino ad un anno di prigione e una multa. A detta dei funzionari si tratterebbe solo della prima di una serie di misure per far diventare l’Arabia Saudita un Paese islamico tollerante. Nonostante ciò, l’Arabia fa ancora notizia per le ripetute violazioni dei diritti umani: secondo un recente rapporto di Amnesty International donne e bambine continuano a subire discriminazioni e non sono adeguatamente protette contro gli abusi sessuali ed ancora considerate legalmente subordinate ed inferiori rispetto agli uomini. L’organizzazione internazionale Human Rights Watch ha attaccato più volte il Paese per la critica situazione sui diritti umani: gran parte dei 9 milioni di lavoratori immigrati in Arabia Saudita, che costituiscono la metà della forza lavoro del Paese, subiscono ogni giorno abusi, percosse, stupri e sfruttamento in condizioni di semi schiavitù.

 

 

Il team di BreakNotizie

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