In mare intatte anche dopo 3 anni: la grande burla delle buste biodegradabili

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Uno studio inglese lascia senza parole: stando ai risultati, i sacchetti biodegradabili non apportano nessun effettivo vantaggio ecologico rispetto a quelli di plastica.

Nessun tipo di busta della spesa usa e getta è capace di degradarsi completamente e in tempi rapidi nell’ambiente: non fanno eccezione nemmeno quelle compostabili e biodegradabili. La triste rivelazione arriva da uno studio a cura dell’Università inglese di Plymouth, di recente pubblicata sulla rivista “Environmental Science & Technology”.

La grande bugia del biodegradabile

I ricercatori hanno messo a confronto il processo di degradazione di tre diverse tipologie di buste: quelle in plastica tradizionali, quelle compostabili e quelle biodegradabili sottoponendole ad un’esposizione di tre anni in acqua, terra e aria. I risultati hanno ribaltato alcune certezze comuni e sicuramente riscriveranno i concetti di biodegradabilità e compostabilità. È stato osservato, infatti, che una busta biodegradabile a distanza di due anni rimane ancora integra nel suolo; nell’acqua riesce addirittura a resistere per oltre tre anni. Non solo, una busta biodegradabile dopo tre anni in mare può essere nuovamente riempita di spesa senza rompersi. Meglio, invece, i sacchetti compostabili, capaci di degradarsi completamente dopo tre mesi in mare, ma ancora presenti nel suolo dopo 27 mesi, seppure non più utilizzabili per trasportare oggetti. A dispetto di quanto si pensa comunemente, quindi, le buste biodegradabili e compostabili non si degradano necessariamente in tempi rapidi nell’ambiente.

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Nessun vantaggio significativo rispetto alla plastica tradizionale

La scienziata a capo della ricerca Imogen Napper, intervistata dal quotidiano britannico Guardian, si è dichiarata molto sorpresa nel constatare che a distanza di tre anni le buste biodegradabili erano ancora funzionali. A detta degli scienziati ciò dimostra che non vi sono prove evidenti che l’introduzione di questo tipo di sacchetti apporti dei reali vantaggi nella lotta contro l’invasione della plastica in mare. Il professor Richard Thompson, co-autore di questo studio e direttore dell’International Marine Litter Research Unit, ha messo in evidenza ulteriori dubbi e chiesto l’introduzione di standard internazionali più precisi. “I materiali testati, come dimostra lo studio, non presentano nessun vantaggio rilevante, concreto e affidabile nel contesto dei rifiuti marini. Il fatto che tali materiali rappresentino una sfida nel processo di riciclo mi preoccupa”.

Il Team di BreakNotizie

 

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