Rapa Nui: secondo gli archeologi la popolazione non fu sterminata da un “ecocidio”

Rapa Nui: secondo gli archeologi la popolazione non fu sterminata da un “ecocidio”

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Secondo dei recenti studi archeologici, la popolazione dell’isola di Rapa Nui non scomparve affatto a causa di un “ecocidio” provocato da un uso indiscriminato delle risorse locali. 


Attorno a Rapa Nui (conosciuta anche come l’Isola di Pasqua) continua ad aleggiare il mistero: l’isola dell’Oceano Pacifico che fa parte del territorio del Cile esercita da quattro secoli un fascino notevole sugli storici non solo per via dei “Moai” (le monolitiche statue per metà sepolte nel terreno lungo le coste), ma anche a causa della scomparsa della sua popolazione. Per questo motivo sono sorte leggende e teorie suggestive che hanno anche ispirato “Rapa Nui”, un film del 1994 diretto da Kevin Reynolds: tuttavia, dei recenti studi smentiscono l’ipotesi di un “ecocidio”, riabilitando così la popolazione indigena.

LE ULTIME SCOPERTE ARCHEOLOGICHE – Uno studio condotto dai ricercatori dell’Università di Bristol, pubblicato anche sul prestigioso “American Journal of Physical Anthropology”, ha proceduto alla raccolta e all’analisi di alcuni reperti trovati sull’Isola di Pasqua al fine di riscriverne la storia: smentendo le cronache degli esploratori del XXVI° secolo, è stata confutata la teoria che parlava dell’estinzione della popolazione a causa di un “suicidio” dovuto all’esaurimento delle risorse. Niente di più falso, secondo quanto scoperto dagli archeologi britannici: nonostante le guerre fratricide e la penuria di approvvigionamenti alimentari, la gente di Rapa Nui (“isola di roccia”) scomparve per altri motivi e non praticò nemmeno il cannibalismo come accade nella pellicola di Reynolds. Dall’analisi di campioni ossei e vegetali, risalenti attorno al 1400, si è appurato che gli abitanti seguivano un’alimentazione varia e che vivevano in armonia con il loro ecosistema, smentendo le ipotesi di una carestia o della riduzione di Rapa Nui a un territorio inospitale e desertico.

CONFUTATA LA TEORIA DI UN “ECOCIDIO” – Insomma, le testimonianze dei coloni europei che sbarcarono sull’isola nel 1700 sembrano presentare delle imprecisioni: dalle analisi dei resti umani (e grazie anche alla datazione stimata attraverso il metodo del radiocarbonio) si è determinato il tipo di alimentazione degli abitanti, avvezzi a nutrirsi di pesce ma anche di prodotti di terreni concimati e “arricchiti” artificialmente; dunque, all’epoca erano già in possesso dei rudimenti dell’agricoltura e sembra improbabile che siano stati essi stessi i responsabili di una catastrofe ecologica. Al contrario, gli studiosi dell’Università di Bristol ritengono che la popolazione di Rapa Nui seppe adattarsi agevolmente al mutamento delle condizioni climatiche e ai periodi di carestia: “La credenza che ci fu un suicidio ecologico è frutto dei nostri preconcetti, dato che quella che a noi appare come una disperata strategia di sopravvivenza fu invece il metodo di sostentamento di una civiltà che viveva in armonia col proprio ecosistema”, ha spiegato Carl Lipo, antropologo dell’Università di Binghamton (New York).

PERSISTE IL MISTERO DEI “MOAI” – Ovviamente, queste scoperte non negano che la popolazione di Rapa Nui fu protagonista di lotte intestine e nemmeno che a contribuire a decimarla furono le malattie portate sull’isola dai colonizzatori: ad ogni modo, sono state sconfessate le leggende secondo cui il cannibalismo fosse una pratica usuale e che, durante la presunta “ecocrisi”, i ratti costituissero una fonte di approvvigionamento. La datazione radiometrica del carbonio-14 non ha però chiarito un aspetto che incuriosisce gli archeologi, ovvero quale sia il rapporto dei “Moai” con questa cultura riabilitata solo adesso come ambientalista e in che modo siano stati trasportati nella loro posizione finale: una teoria vuole che l’isola sia stata interamente disboscata per realizzare dei rulli di legno, al fine di facilitare lo spostamento delle teste di roccia.

Il Team di Breaknotizie

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