Monti affida le consulenze a Goldman Sachs, che intanto ha venduto i titoli italiani

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di Jacopo Barigazzi

Raccontava David Nussbaum, un anziano banchiere inglese di origine rumena, come la calata delle grandi banche di investimento americane sulla City agli inizi degli anni ’80 fosse stato un piccolo shock. Il Big Bang, la deregolamentazione dei servizi finanziari voluta dalla Thatcher, ridiede vita a Londra che sembrava destinata ad un sonnachioso futuro declinante, ma sconvolse anche le pratiche degli stessi intermediari finanziari della City. Molti affari fino a quel momento erano siglati sulla base di gentlemen agreement , erano fatti al telefono senza firmare nulla, un po’ come avviene ancora nel mercato dei diamanti di Anversa. Raccontava David Nussbaum di ricordare ancora un anziano capo di una sala trading piangere, ancora imbottonato nel suo panciotto d’ordinanza, dopo essere stato “fregato” da un giovane rampante banker di Merrill Lynch che non aveva mantenuto i patti: «Erano arrivati i barbari ma vestiti da white shoe [le “scarpe bianche” il termine utilizzato negli anni ’30 per descrivere i banchieri d’investimento appartenenenti all’élite wasp] e con loro cambiò anche il linguaggio, passando dal CitySpeak allo StreetSpeak».

L’Italia in realtà in quel mondo si era saputa muovere bene e non solo per la tradizione dei banchieri fiorentini e dei commercianti brianzoli che diedero il nome a Lombard Street, tutt’ora una delle arterie principali della City: il mercato degli Eurobond corporate nel distretto finanziario londinese fu aperto dalla società che costruì l’Autostrada del Sole che, nel 1963, diede il mandato alla S.G. Warburg, la boutique fondata dall’esule Siegmund Warburg e che fu poi acquisita da Ubs.
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