L’Economist si scaglia contro la libertà di espressione sul Web e sui social media

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Il settimanale britannico Economist, di chiare vedute neoliberiste, in un recente articolo ha descritto il Web come fonte di disinformazione e menzogne che mina la democrazia. Ma è davvero così?

Lo scorso 4 novembre, The Economist, nota rivista britannica si è scagliata contro Internet ed i social media in un articolo intitolato “I social media minacciano la democrazia?” (Do social media threaten democracy?). Il giornale, di chiare vedute neoliberiste, ha criticato TwitterFacebook e Google accusandoli di disinformazione. Ha descritto il Web quasi come causa di ogni male, reclamando che “senza un’informazione decente e senza civiltà e conciliazione, le società risolvono le loro differenze ricorrendo alla coercizione”.

Il giornale critica un sistema che non riesce a controllare

Questo punto di vista potrebbe anche essere condivisibile se non fosse per il fatto che da anni il settimanale, la quale quota di controllo è detenuta da Sir Evelyn Rothschild, abbia cercato di diffondere con ogni mezzo il proprio “pensiero unico”. Ritrovarsi davanti all’improvviso Internet e social media che riportano altri punti di vista ed opinioni non controllabili, in cui il neoliberismo globale, l’èlite plutocratica, appare chiaramente in netta minoranza, deve essere stato un duro colpo.

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La maggior parte dei multimedia anglosassoni di matrice israeliana vengono difatti controllati da questa minoranza che viene “messa alla gogna” su Internet e social media. Attraverso questo canale, nel bene e nel male, le persone possono esprimere liberamente il proprio pensiero. The Economist, nel suo articolo, ne ha tratto una visione manichea in cui Internet diviene il male assoluto. La fazione a cui appartiene invece rappresenterebbe il bene, autoproclamandosi in maniera indiretta portavoce della democrazia, sebbene gli interessi difesi sarebbero ben altri.

“I social media non hanno mantenuto le promesse”

In una situazione di instabilità globale, in cui stiamo assistendo ad lento declino degli Stati Uniti, all’ascesa della Cina, dalla rinascita militare della Russia, il settimanale asserisce che “non molto tempo fa i social media avevano sostenuto la promessa di una politica più illustrata e conforme alla precisa informazione ed alla comunicazione senza sforzo per aiutare la buona gente ad eliminare la corruzioneil fanatismo e le menzogne”. Sentir parlare di corruzione da chi per anni è stato maestro di speculazione monetaria e finanziaria ha qualcosa di surreale.

Ancora di più se pensiamo alle argomentazioni montate dall’apparato mediatico britannico e americano. Un esempio è il Russiagate, ossia la presunta interferenza del Cremlino nelle ultime elezioni presidenziali USA, argomento che continua a fare molta presa sul pubblico. Considerato il fatto che Internet nacque in seno al Pentagono, è credibile che oggi la Russia sia in grado di controllare questa piattaforma? Per l’Economist sì. Nessun riferimento al fatto che dietro al Russiagate vi sia un “Deep State” statunitense che cerca di impedire un riavvicinamento fra Trump e Putin.

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Perché Economist demonizza Internet e i social media?

Secondo il settimanale britannico, Internet ed i social media diffonderebbero “veleno” giacché si sarebbero trasformati in catalizzatori della “disinformazione russa”. Ma è davvero così? L’Economist denuncia un imbruttimento della politica, dal Sudafrica alla Spagna, causato in parte dalla diffusione di indignazione e menzogne che corroderebbero il giudizio degli elettori fomentando frazionismo e populismo. Verrebbero così minate le condizioni libertarie che, a sua detta, la società neoliberista assicurerebbe.

L’Economist in definitiva confonde gli interessi dell’élite, di cui ne è chiaro rappresentante, con la democrazia e la libertà delle opinioni, vero antidoto all’oligarchia plutocratica. Alla luce di ciò, la conclusione dell’articolo appare tutt’altro che rassicurante: “I social media vengono abusati. Ma, con volontà, la società può imbrigliarli e far rivivere quel sogno iniziale di illuminazione. La posta in gioco per la democrazia liberale non potrebbe essere più alta”.

Il Team di BreakNotizie