La proteina che può bloccare il cancro scoperta da 2 termolesi. Compagni di lavoro e di vita

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Un risultato scientifico importantissimo in campo oncologico quello conseguito dal dottor Giuseppe Servillo e dalla dottoressa Maria Agnese Della Fazia e dal loro team di ricercatori precari, “che fanno sacrifici immani per 1000 euro al mese”. Tre anni di laboratorio per arrivare a identificare una proteina che regola la proliferazione delle cellule e che, se alterata, può avere un ruolo chiave nella genesi dei tumori. Ora quello studio, che apre la strada alla ricerca di un farmaco all’avanguardia, è stato pubblicato da “Oncogene”, una tra le più prestigiose riviste internazionali in campo di medicina oncologica.
Il team di Giuseppe Servillo e Maria Agnese Della Fazia

Termoli. Sono riusciti a identificare una proteina molto speciale, che regola la normale proliferazione delle cellule e che, se alterata, può avere un ruolo chiave nella genesi dei tumori. Tre anni di studio, prove e controprove in laboratorio, occhi puntati sui microscopi, vetrini analizzati, cavie. Alla fine è andata: ce l’hanno fatta. Hanno scoperto che c’è una interazione tra le proteine Hops e Npm, e che questa interazione è fondamentale perché regola la funzione di Arf, un oncosoppressore decisivo in molte tipologie di cancro. Tradotto per i non addetti ai lavori: sono riusciti a decifrare un codice genetico che può contrastare gli effetti della proteina alterata (Hops), la quale non è più in equilibrio con le altre proteine nelle malattie neoplastiche, senza danneggiare la proteina delle cellule normali. Da quel risultato al successo internazionale il passo è stato breve: “Oncogene”, una tra le riviste internazionali più quotate in campo di medicina oncologica, ha pubblicato il loro lavoro, e i loro nomi sono finiti nei più importanti centri di ricerca molecolare del pianeta.

Non succede in America, dove la ricerca va veloce, ma in Umbria. Loro però, i dottori a capo del team di ricercatori, sono termolesi entrambi. Giuseppe Servillo e Maria Agnese Della Fazia. Coordinatori dell’equipe di ricerca di Biologia Molecolare e Cellulare di Fisiopatologia, del Dipartimento di Medicina Clinica e Sperimentale dell’Università degli Studi di Perugia. Uniti sul lavoro e nella vita, visto che sono sposati e genitori di due figli. “Costretti” a trascorrere fianco a fianco il giorno e la notte, senza possibilità di fuga l’uno dall’altra. Ma deve evidentemente trattarsi di una “prigionia” stimolante, che non toglie spazio alla creatività, all’entusiasmo e al coraggio di andare avanti anche con pochi soldi e troppe rogne per reperire quei finanziamenti che in Italia sono ridotti al lumicino.

«In realtà io faccio il ricercatore di soldi» scherza il dottor Servillo, che non può fare a meno di sottolineare, pur con lo spumante ancora fresco sulla scrivania, che «in questo campo siamo alla frutta, obbligati a fare il frate cercatore per portare avanti la ricerca. Lo Stato non si è reso conto che se oggi ci si ritrova così è perché non si è investito in nessun tipo di servizio».
Il lavoro del team, finanziato dal Miur e dall’Associazione Umbra per la lotta Contro il Cancro (AUCC), acquista ancora più valore perché fatto da giovani che ci mettono una passione senza defezioni e infiniti sacrifici («giorno e notte in laboratorio, orari infernali») per mille euro al mese. Vale la pena citarli: Marina Maria Bellet, Stefania Pieroni, Daniela Bartoli, Danilo Piobbico, Marilena Castelli, Cinzia Brunacci (da sinistra verso destra nell’ordine in foto). Donne, giovani mamme, che hanno lasciato in qualche caso le infinite potenzialità offerte dagli Stati Uniti, dove Obama finanza senza lesinare la ricerca sulle staminali, e un allettante contratto a posto fisso per tenere insieme famiglia e lavoro. Qui, nel Paese in cui la ricerca è Cenerentola, e bisogna passare mesi bussando a tutte le porte per avere quel denaro sufficiente a tenere in vita un laboratorio che poi, magari, ti sforna uno studio del genere e mette le basi per una ricerca farmacologica all’avanguardia.

Giuseppe Servillo e Maria Agnese Della Fazia, lui Responsabile della Sezione di Fisiopatologia e lei Responsabile del Laboratorio di Biologia Molecolare, lo sanno bene. E non basta l’entusiasmo della scoperta a compensare preoccupazioni e timori che i fondi, già così scarsi, possano essere ridotti ulteriormente, e che la ricerca italiana, già sacrificata e basata su brillanti semivolontari, possa subire i colpi letali della spending rewiev.

Però una bottiglia con i ragazzi della squadra, quando Oncogene ha annunciato che avrebbe pubblicato la ricerca completa, l’hanno stappata. E hanno festeggiato in team, pur con tutta la cautela del mondo perché «non vogliamo illudere i malati». Eppure, al netto della prudenza di gente abituata a stare coi piedi per terra, quello studio finito nelle mani dei ricercatori internazionali racconta di un risultato esaltate nella genesi degli oncosoppressori, la cui alterazione è associata a numerose neoplasie. E apre la strada per sperimentare farmaci che potrebbero essere determinanti. «Non accadrà oggi, né domani – spiega Giuseppe Servillo (per tutti Pino, ndr) – perché la ricerca ha bisogno di tempi lunghi. ma senza questa non può arrivare nulla, ed è facile perciò capire quanto sia importante».E allora come mai lo Stato pare non capirlo a sufficienza? Un sospiro, occhi al cielo. Tradotto: inutile prendersela con la cecità della classe dirigente, meglio risparmiare energie per continuare e cercare finanziamenti, soprattutto privati, che possano garantire alla fine di ogni mese almeno quel minimo ai ragazzi del team che vanno avanti a forza di borse di studio. Con uno sguardo al futuro e alle potenzialità alle quali apre la scoperta, e una riflessione azzeccata in termini di caos da digitale terrestre: «Curare un tumore è come riparare un’antenna che non manda più segnale. Se io conosco il funzionamento dell’antenna forse riesco a rimetterla a posto, se non so nemmeno come è fatta non la riparo di sicuro. Così è la ricerca contro il cancro».
Che vede due termolesi in prima linea, fianco a fianco con medici del calibro di Pier Giuseppe Pelicci, Direttore scientifico della fondazione Veronesi, e Emanuela Colombo dell’Istituto Europeo di Oncologia di Milano. Quando si dice cervelli e non in fuga. Perlomeno, non ancora. (mv)
Fonte: primonumero.it