Il caso di Giuseppina Ghersi o dell’uso politico della Storia

Il caso di Giuseppina Ghersi o dell’uso politico della Storia

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La proposta del Comune di Noli sull’affiggere una targa in onore di una ragazzina fascista torturata ed uccisa da alcuni partigiani ha sollevato diverse polemiche nel mondo politico, strumentalizzando, ancora una volta, una brutta pagina della nostra Storia.

In Italia persino il caso di una bambina seviziata ed uccisa può diventare un motivo di stupide diatribe e divisioni politiche. È il caso di Giuseppina Ghersi, tredicenne torturata e poi giustiziata nella primavera del 1945, all’indomani del 25 aprile, da un gruppo di partigiani savonesi, probabilmente comunisti, perché accusata di essere una spia fascista. Giuseppina era nata nel 1931 ed i suoi genitori avevano un negozio di frutta e verdura a Savona; era di fede fascista come la sua famiglia ma nel modo in cui può esserlo una ragazzina di quest’età, che alla fine è rimasta travolta da vicende più grandi di lei. C’è chi afferma che la principale colpa di Giuseppina fu quella di aver scritto una lettera inneggiante a Benito Mussolini vincendo un concorso a tema a scuola, missiva per la quale aveva addirittura ricevuto un encomio da parte della segreteria del Duce nel gennaio del 1945. Altri invece la descrivono come un’affiliata delle Brigate nere che girava per il suo quartiere armata o addirittura come una spia che avrebbe fatto arrestare degli antifascisti.

La famosa lettera di encomio da parte del Duce

La guerra comporta sempre la perdita di vite innocenti e nella lotta sanguinaria fra nazifascisti e partigiani perirono anche molte donne, bambini ed anziani. Se però da un lato i crimini commessi dalla Repubblica Sociale Italiana e dai soldati tedeschi vengono sempre rimarcati e condannati, com’è giusto che sia, dall’altro non sempre si fa con quelli perpetrati da alcune figure della Resistenza, anzi: spesso vengono sminuiti o sottaciuti, un po’ come se esistessero vittime di serie A e di serie B.

Il dibattito sul caso Ghersi è nato quando il comune di Noli, in provincia di Savona, ha deciso, dietro proposta di un consigliere di maggioranza di centrodestra, di affiggere una targa in memoria della tredicenne, con annessa cerimonia, il prossimo 30 settembre. L’iniziativa è stato prontamente contestata dall’Anpi, con parole molto dure da parte del presidente Samuele Rago: “Giuseppina Ghersi al di là dell’età era una fascista. Era una ragazzina ma rappresentava quella parte là. Eravamo alla fine della guerra è ovvio che ci fossero condizioni che oggi ci appaiono incomprensibili. Una iniziativa del genere ha un valore strumentale”. La presa di posizione del presidente però non ha trovato d’accordo molte figure del mondo partigiano, specialmente alcune sezioni della Liguria. Ilaria Caprioglio, sindaco di Savona, ha invitato a riflettere sull’inutilità della diatriba, sottolineando che strumentalizzare un fatto successo 70 anni fa sia un gesto che non fa onore né ad una parte politica né all’altra.

Quello che sappiamo è che si è trattato di una violenza terribile e di un abuso nei confronti di una bambina. Al netto dell’era fascista e di quello che significò allora, c’è stata una vita innocente spezzata, davanti alla quale credo si debba provare rispetto e silenzio. La vicenda di Giuseppina Ghersi ci dice fino a che punto la ferocia dell’uomo può spingersi, oggi come allora. Riflettiamo. Basta urlarsi addosso l’uno con l’altro e giocare a chi si infanga di più. Non voglio parlare né di destra né di sinistra, invito a guardare alle nostre coscienze”. Ed ha aggiunto: “Quello che importa è che questa violenza non si ripeta mai più, è su quello che accade oggi, sulle violenze e le emergenze di oggi, che ci dobbiamo impegnare e non usare episodi del passato come una clava da qualunque parti questo avvenga”.

Secondo la testimonianza presente nell’esposto di sei pagine depositato dal padre della tredicenne alla Procura di Savona nel 1949, Giuseppina venne prelevata con la forza da tre partigiani. Venne picchiata brutalmente e seviziata, forse anche violentata, davanti agli occhi dei genitori, presa poi a calci come se stessero “giocando a pallone con lei”, sino a ridurla in stato comatoso. Le rasarono a zero i capelli, le tinsero la testa di rosso e dopo averla sfigurata di botte le spararono un colpo di pistola alla nuca e gettarono il suo corpo di fronte al cimitero del quartiere di Zinola. Nella foto del suo arresto appare col viso imbrattato di scritte, prigioniera con le mani legate dietro la schiena accompagnata da uomini adulti armati.

Gruppo di partigiani liguri

Il fatto che una vicenda così atroce possa essere, a distanza di 72 anni, motivo di divisioni politiche e l’ennesima strumentalizzazione della Storia è davvero vergognoso in un Paese che si professa democratico e libertario.

Il Team di Breaknotizie

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