I morti nella musica: perché tanti artisti suicidi?

I morti nella musica: perché tanti artisti suicidi?

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Il 20 Luglio scorso il frontman dei Linking Park, si è tolto la vita. Qual è il legame tra musica e morti tragiche degli artisti?

Lo scorso 20 Luglio è morto suicida Chester Bennington nella sua residenza in California, lasciando la moglie e sei figli. Di questa morte violenta si parla e si parlerà ancora. I fans infatti sono inconsolabili e il mondo del gossip cerca di trovare ogni giorno nuovi particolari per sfamare la curiosità dei più. Il triste dato di fatto è che anche quest’anno si registrano altri morti nella musica. Gli artisti suicidi, in Italia, ma soprattutto all’estero, sono numerosi, tanto che si indaga in questo ambito. Si vorrebbe infatti capire come mai morti tragiche, moltissime volontarie, si ripetono nel mondo della musica e se possono essere evitabili. 

Morti nella musica: è l’arte ad uccidere? Uno studio dell’Università di Sydney ha restituito il seguente scenario: le rockstar vivono in media fino a 25 anni in meno degli altri individui. Ma perché? Si può affermare che siano gli effettivi negativi della musica a provocare questo? Se guardiamo al caso recente di Chester Bennington sembrerebbe invece tutto il contrario. La musica, a suo stesso dire, è stata per lui la salvezza, per dimenticare e superare gli abusi subiti da bambino. Ma allora, se la musica dà un senso alla vita ed ha un potere liberatorio, perché una frequenza così alta di morti tra gli artisti? Ne è causa la pressione degli impegni?

Si parla molto spesso, e a ragion veduta, dello stress e della pressione che il mondo della musica e quello mediatico impongono a cantanti e in generale artisti. Sicuramente gli impegni forzosi, le aspettative dei manager e delle case discografiche, mettono una notevole pressione su questi individui talentuosi. Oltretutto la gran parte di loro arriva al successo molto giovane e inesperta e dunque totalmente impreparata a gestire il peso degli impegni, dei vincoli contrattuali e della fama. Va detto però che questa non può essere l’unica ragione delle morti nella musica.

Ciò che sicuramente accomuna le storie di questi artisti suicidi è la fragilità. Storie travagliate, disturbi alimentari, passato di abusi, famiglie inesistenti o poco presenti. Questi fattori diventano, insieme all’utilizzo di alcool e droghe, la molla scatenante che porta le rockstar ad un epilogo tragico. Quindi nessuna maledizione del Club 27, che giustifichi i morti nella musica! Nessuna dannazione del rock, come si è voluto far credere per molto tempo. Addirittura, quando Chris Cornell si è suicidato il 20 Luglio scorso, si è subito riparlato della tendenza propulsiva verso il suicidio della musica grunge

Certo, il legame eros e tanathos all’interno dell’arte, è affascinante, ma non fornisce la totalità della spiegazione. Alla base vi è la sofferenza, molto spesso forme di depressione non curate o mascherate. Il dolore di questi artisti, che non ci sono più, trovava sollievo nell’espressione musicale; eppure non era sufficiente. Per Amy Winehouse, Jim Morrison, Chester Bennington e molti altri, il dolore veniva messo a tacere ogni giorno logorando se stessi. Logorando il proprio corpo e la propria psiche con droghe pesanti e vita sconsiderata. Il circolo vizioso: sofferenza che non passa, rifugio nei paradisi artificiali, sfogo con l’arte e poi di nuovo autodistruzione, ci ha portato via questi musicisti straordinari!

Il Team di Breaknotizie

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