Facebook e la post-verità: il social network di Mark Zuckerberg rivoluzionerà l’informazione digitale?

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Quali conseguenze comporta l’annuncio che Facebook punta a diventare editore di news? In ballo c’è il tema della “post-verità” e del nuovo giornalismo digitale.

Secondo l’Oxford English Dictionary, “post-verità” è stata la parola-simbolo del 2016, specialmente dopo che alcuni avvenimenti (la Brexit e l’avvento di Donald Trump) hanno ridefinito il tema dell’informazione a livello globale, del fact checking e di come si possa influenzare l’opinione pubblica. Anche per questo motivo, uno dei primi post pubblicati nel 2017 da Mark Zuckerberg, CEO di Facebook, ha riacceso il dibattito: il social network si trasformerà da aggregatore di news ad editore, valutando autonomamente l’attendibilità delle notizie e combattendo le fake stories. Tuttavia, il Facebook Journalism Project ha sollevato questioni deontologiche e strategiche tra gli addetti ai lavori, già alle prese con l’evoluzione del brand journalism.

La mutazione di Facebook

Per “post-verità” si intende una situazione in cui la verità di una notizia passa in secondo piano rispetto al fatto stesso: in pratica, l’oggettività contribuisce meno del sensazionalismo a influenzare e formare l’opinione pubblica. “Per questo motivo” ha spiegato Zuckerberg, “in futuro Facebook cercherà di mitigare gli effetti delle bufale, restituendo l’intero quadro della situazione e non solo i punti di vista alternativi”, grazie anche al coinvolgimento, a livello locale, di giornalisti specializzati. Ad ogni modo, la nascita di una più solida industria delle news ha posto dei nuovi interrogativi sul ruolo che Facebook vorrebbe arrogarsi, portando gli esperti a ipotizzare la fine di quel giornalismo che avevamo imparato a conoscere.

Egemonia dei contenuti?

Questa “mutazione genetica” da social network a media company è il riflesso di quanto il sistema dell’informazione digitale sia cambiato negli ultimi anni. Tra scenari apocalittici (il direttore del New York Times preconizzava frettolosamente l’addio all’edizione cartacea) e ipotesi troppo ottimistiche (la maggior libertà di informazione garantita da Internet), l’impatto del web sulla creazione di notizie è stato sottovalutato. Basta pensare a come il lettore sia oramai diventato anche diffusore (citizen journalism) delle informazioni, contribuendo con foto, video e live-tweeting a “coprire” fatti di cronaca e sopperendo ai buchi delle testate ufficiali. Ma se il cittadino comune, grazie alla pervasività dei social, arriva alla notizia prima di un giornalista, ci sono due conseguenze: ovvero, la più complessa verificabilità delle fonti e anche la maggiore importanza che i contenuti assumono a scapito del contenitore.

Il brand Journalism

Dunque, se da un lato c’è l’informazione “veicolata dal basso”, dall’altro i media tradizionali devono fare i conti con il brand journalism. Fino a qualche anno fa sembrava un ossimoro associare un brand a una media company, mentre oggi alcuni blog e testate vivono senza il cosiddetto advertising: sono essi stessi il brand. Le multinazionali oramai hanno all’interno una redazione giornalistica e motivano questa scelta con ragioni di social responsibility: il marchio si fa medium e veicola dei contenuti senza più la mediazione giornalistica. Questo native advertising, infine, è anche connesso alla trasformazione che Facebook e altre reti sociali hanno intrapreso: le future sfide del giornalismo digitale dovranno tenere conto delle reciproche influenze tra un sistema mediale in evoluzione e l’esigenza di un’informazione generata dagli utenti, ma ancora alla ricerca di una sua legittimazione.

Il Team di BreakNotizie