Dopo la Grecia, il Portogallo. Poi toccherà all’Italia?

527
crisi-del-portogallo

Il Portogallo è uno dei Paesi in cui la crisi si è fatta sentire di più, subito dopo la Grecia. Lo scenario, a ben guardare, è piuttosto simile, con lo spread dei titoli di Stato in aumento, il debito pubblico ad elevato rischio di insolvenza secondo le agenzie di rating, gli anni di austerità e i tagli imposti ai cittadini per cercare di fronteggiare la crisi. I risultati, da un certo punto di vista, sono stati positivi, visto che grazie agli interventi messi in campo il deficit è stato quasi dimezzato fra il 2014 e il 2015

Eppure le prospettive sono rimaste nere e la luce ancora lontanissima in fondo al tunnel. Quasi dieci anni di sacrifici sono serviti a poco, per questo il nuovo governo di sinistra votato dai cittadini e guidato da Antonio Costa ha deciso di affidarsi ad una netta inversione di rotta, supportato in Parlamento dai comunisti e dai verdi. Per prima cosa ha imposto un aumento del salario minimo e fatto approvare una legge che impedisce che agli insolventi venga pignorata la casa. La sua strategia, però, non si è limitata a questo.

Erano infatti in programma altri interventi, fra cui un aumento delle pensioni e la riduzione delle tasse per i lavoratori dal reddito più basso. L’insieme di queste mosse non è stato visto di buon occhio dall’Unione Europea, poiché secondo Bruxelles il Portogallo, di questo passo, rischia di venire meno al Patto di stabilità e pertanto ha obbligato il governo a rivedere la sua posizione e i prossimi interventi, in modo che siano più rispettosi dei diktat europei. È così iniziata una trattativa fra governo portoghese e Ue al fine di trovare una soluzione condivisa.

crisi-del-portogallo

Sappiamo però, e l’esempio della Grecia è ancora sotto gli occhi di tutti, che la definizione “soluzione condivisa” per l’Unione Europea ha un solo significato: accettare le condizioni imposte senza se e senza ma. In sostanza, il Portogallo dovrà fare in modo di tirare fuori poco meno di 1 miliardo di euro da impiegare per ridurre il debito. Un’impresa al limite del disperato per un Paese la cui situazione economica è drammatica. Perciò il ministro dell’Economia Centeno ha cercato di trattare, proponendo 450 milioni di tagli, ma si è dovuto arrendere: i tagli complessivi dovranno essere di 850 milioni.

Inevitabili, dunque, gli interventi in tal senso: aumento dell’Iva su tabacchi e petrolio, tassa sull’acquisto di vetture nuoveprelievi sulle transazioni finanziarie e sui servizi bancari. Secondo molti osservatori, dietro alla durezza dell’Ue – e in particolare della Germania – nei confronti del Portogallo c’è un messaggio ben chiaro: far capire ai governi di “sinistra” che la strada che ha cercato di intraprendere il governo portoghese è considerata sbagliata e senza via d’uscita; l’unica percorribile è quella indicata da Bruxelles.

Ma chi sono i destinatari di tale messaggio? La Spagna, innanzitutto, che vuole porre fine al periodo (fin troppo lungo) di austerità, e in seconda battuta l’Italia, che recentemente ha chiesto di nuovo “maggiore flessibilità” da parte dell’Ue ma se l’è vista negare, per l’ennesima volta. Eppure il fatto che la strategia di Bruxelles non sia pagante è sotto gli occhi di tutti: dopo un lungo tira e molla, la Grecia ha ceduto alle direttive Ue, il suo bilancio è sotto amministrazione controllata della Commissione europea, ma la sua situazione non è affatto migliorata. Ora tocca al Portogallo se non rispetterà gli impegni presi (anche se sarebbe meglio dire imposti) e poi verrà il turno dell’Italia, prossimo Paese insieme alla Spagna che si trova sull’orlo del baratro.

Il Team di BreakNotizie