Da Bush a Trump: Cultura, Economia e Guerra. I Pilastri del Nuovo Ordine Mondiale

Da Bush a Trump: Cultura, Economia e Guerra. I Pilastri del Nuovo Ordine Mondiale

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Osservando la storia degli Stati Uniti in un arco temporale abbastanza ampio, è facile intuire la traiettoria distruttiva che accompagna l’espansione dell’impero americano da più di settant’anni

di Federico Pieraccini
Quando ancora imperversava la seconda guerra mondiale, gli strateghi americani già si adoperavano per pianificare le prossime mosse sullo scacchiere internazionale. Il nuovo obiettivo venne immediatamente identificato nell’assalto e nella disarticolazione dell’impero sovietico. Con il crollo del muro di Berlino e la fine del modello economico Sovietico quale alternativa al sistema capitalismo, l’occidente si trovò di fronte a quello che venne definito come ‘fine della storia’, agendo di conseguenza.

 

La delicata fase di transizione dal bipolarismo, sistema di ordine mondiale basato su Stati Uniti ed Unione Sovietica, ad un ordine mondiale unipolare con Washington unica superpotenza, venne affidata a George H. W. Bush. Lo scopo principale consisteva nel rassicurare con particolare cura l’ex impero sovietico, mentre l’URSS precipitava nel caos e nella povertà mentre l’occidente depredava ogni risorsa.

 

Non a caso, gli anni 90’ hanno rappresentato una fase di importante crescita economica per gli Stati Uniti. Prevedibilmente, in quell’occasione, l’élite nazionale favorì l’elezione di un presidente quale Bill Clinton, molto attento alle questioni domestiche rispetto agli affari internazionali. L’oligarchia finanziaria americana mirava a consolidare le proprie fortune economiche espandendo nella maniera più fruttuosa possibile il modello finanziario occidentale, specie con nuovi terreni di conquista come le ex repubbliche sovietiche.

 

Con la disgregazione dell’URSS, gli Stati Uniti hanno avuto a disposizione un decennio per aspirare all’utopia di un’egemonia globale. Rivedendo con una certa distanza temporale le fasi convulse degli anni 90’, l’obiettivo pareva ad un passo, quasi a portata di mano.

 

I mezzi di conquista ed espansione dell’impero americano consistono generalmente in tre domini: culturale, economico e militare. Con la fine dell’impero Sovietico, veniva a mancare l’unica alternativa al sistema capitalista imperialista americano generando un solo modello di riferimento. Dal punto di vista dell’espansione culturale, Washington aveva oramai sbaragliato ogni genere di concorrenza con una distruzione della loro versione di democrazia basata sulla globalizzazione di prodotti come McDonald’s e Coca Cola in ogni angolo del pianeta.

 

Naturalmente, le conseguenze di un allargamento della sfera di influenza culturale portarono ad una maggiore potenza del sistema economico. In tal senso, il dominio di Washington nelle istituzioni finanziarie internazionali diventava complementare nell’imporre il way-of-life americano su altri popoli. A causa dei meccanismi di austerity derivanti dai prestiti-trappola di FMI o Banca Mondiale, paesi in gravi difficoltà economiche hanno finito per essere inghiottiti dai debiti.

 

Troppe nazioni hanno vissuto la tragedia di un collasso economico dovuto all’obbligo di privatizzare o concedere diritti di sfruttamento delle proprie risorse primarie a corporazioni straniere, longa manus di governi occidentali. Un modello economico del genere ha generato l’epidemia della finanza predatoria e speculativa, finendo per rafforzare enormemente il dominio del sistema capitalista sul resto del globo. Non a caso, nel 1995 venne fondata la WTO che impose condizioni di scambi commerciali nettamente a favore delle potenze europee e dell’impero americano.

 

Nel caso di un fallimento della pressione culturale o economica, Washington ha spesso optato per una vera e propria aggressione militare. L’azione bellica è la forma di prevaricazione più esplicita e viene riservata normalmente a nazioni che si rifiutano di adempiere alle indicazioni atlantiche. In tal senso, già verso la fine del mandato di Clinton il tono della presidenza passò da un atteggiamento di predilezione verso il fattore economico ad un’aggressione a nazioni sovrane. Prima vittima fu la Somalia, a breve distanza seguì il bombardamento in Serbia e la disgregazione della Jugoslavia. Iniziava una relativamente nuova fase nella storia recentissima degli Stati Uniti: l’espansione economica e culturale lasciava spazio all’azione distruttiva di bombe e missili.

 

Benché la disgregazione dell’ex Jugoslavia ebbe successo, l’immagine degli Stati Uniti nel mondo iniziava ad essere compromessa, idem la sua leadership culturale. L’azione militare produce sempre conseguenze nel funzionamento delle relazioni internazionali, nonostante siano spesso i vincitori a scrivere la storia.

 

Già verso la fine degli anni 90’, nonostante nessun paese fosse nella condizione pratica di opporre una resistenza culturale, economico o militare a Washington, i primi ragionamenti in merito ad un’alleanza alternativa al blocco occidentale iniziavano ad emergere. Gli Stati Uniti, pur fiutando il pericolo, non cambiarono atteggiamento, forti dell’idea di un’imposizione culturale ancora più marcata grazie all’espansione di Internet e grazie agli effetti della globalizzazione economica.

 

La decisione di cambiare marcia, accelerando il trittico della pressione culturale, economica e militare, fu eloquentemente espressa dalle élite con la vittoria controversa nel 2000 di George W. Bush.

 

Il successore di Bill Clinton doveva necessariamente essere un presidente con forte inclinazione bellica, elevata capacità di espandere il modello di globalizzazione capitalista ed un enorme senso patriottico per spargere la propaganda americana in tutte le forme culturali possibili, in ogni angolo del pianeta. L’obiettivo finale, circondare l’Heartland (Russia e l’Eurasia in generale), come venne definito da MacKinder per controllare le relative risorse, iniziava ad essere una missione incerta, necessitando l’elezione di un presidente ben disposto verso il progetto per un Nuovo Ordine Mondiale unipolare dell’élite.

 

Negli anni successivi, oltre l’11 Settembre 2001, viatico perfetto per guerre e terrore in ogni angolo del mondo da parte di Washington, l’aggressione economica ebbe un’ulteriore spinta grazie alla creazione dell’EURO, massima espressione del dominio finanziario. Internet ed una sempre maggiore crescita delle interconnettività hanno finito per accelerare la globalizzazione, accentrando ancor più il potere decisionale nelle mani di pochi. La somma di questi fattori ha permesso di proseguire in maniera fruttuosa l’opera devastante di evangelizzazione secondo un modello economico occidentale.

 

Eppure, nonostante un apparente espansione economica e culturale degli Stati Uniti, oltre ad un’incessante operazione bellica come in Iraq nel 2003 e l’Afghanistan nel 2001, il sogno di una marcia trionfante verso l’egemonia globale iniziava a subire i primi contraccolpi.

 

Il fattore economico o culturale iniziavano a non essere più sufficienti, richiedendo l’intervento del braccio armato bellico come in Afghanistan ed Iraq, dimostrando nella pratica quanto l’impero americano fosse seriamente intenzionato ad espandersi verso est, allargando le proprie mire di dominio ed influenza. In questa marcia culturale, economica e militare, Washington ha spesso ignorato o sottovalutato le conseguenze delle sue azioni, forte della sua posizione di unica superpotenza mondiale. Un errore strategico che costerà molto agli Stati Uniti e all’utopia di una dominazione globale.

 

Le prime forme di resistenza eurasiatiche iniziavano comunque ad emergere già a metà anni 90′. Prima con la creazione della SCO nel 1996 e poi con l’unione economica eurasiatica nel 2000 (le prime discussioni iniziarono nel 1994). Due fattori che cambieranno il corso della storia diversi anni dopo. La Repubblica Popolare Cinese grazie alla spinta derivante dalla globalizzazione divenne la fattoria globale accumulando ricchezza e giungendo rapidamente nel giro di quindici anni ad essere la prima potenza economica globale. La Federazione Russa d’altro canto dopo un decennio di fame e stenti elesse Putin, uomo forte dalla intensa spinta nazionalista. Grazie ad un atteggiamento di protezionismo verso l’economia ed una forte determinazione nel rinvigorire il ruolo militare della Russia, nel giro di 15 anni ha riportato Mosca allo status di potenza globale.

 

In fin dei conti l’era Bush, messa a nudo dalla distruzione in Iraq ed Afghanistan ha portato più svantaggi che benefici a Washington. Ha gettato le basi per un percorso di unificazione delle potenze opposte all’imperialismo americano, costrette e collaborare tra loro (BRICS) per opporre una spinta concreta all’azione culturale, economica e militare delle élite euro-americane.

 

Oltre ad un’unificazione dei nemici di Washington, anche il fronte interno americano iniziava a dare segni di cedimento, sia economicamente che militarmente. Le due guerre scossero profondamente l’opinione pubblica occidentale obbligando le élite a proporre un candidato di rottura, focalizzato sulle necessità interne. Obama ha rappresentato la raffigurazione perfetta di questo intento.

 

Eletto con propositi meno guerrafondaia di Bush e con la chiara necessità di riformare la finanza ormai fuori controllo, ha fallito in entrambi i casi trascinando il mondo in un conflitto perenne, donando all’alta finanza il controllo assoluto sulle leve del potere economico. La FED e le banche private hanno accresciuto enormemente il loro potere sotto Obama, arrivando a determinare direttamente l’ordine democratico persino di nazioni alleate con meccanismi come Spread o la possibilità di stampare denaro a tasso zero. Invece di regolamentare i meccanismi finanziari perversi ha accresciuto la loro influenza. Invece di cercare una mediazione con nazioni ostili, ha imbarcato una missione di nation-building, regime change e colour revolutions, utilizzando tutto l’armamentario del soft-power a sua disposizione. Scelte intenzionali e ponderate, naturalmente.

 

Obama è stato costretto ad adottare nuove tecniche di destabilizzazione per oscurare i suoi intenti agli occhi della popolazione, senza perdere di vista gli obiettivi delle élite stabilite nei primi anni 90’. Droni, manipolazione economica, TTIP, TTP, Forze Speciali, rivoluzioni colorate, primavere arabe, sanzioni e cyber guerra sono diventati i mantra dell’amministrazione Obama.

 

Il fattore fondamentale è rimasto la possibilità di negare un coinvolgimento diretto in guerre dannose per l’immagine degli Stati Uniti, continuando l’espansione economica, culturale e militare. Da qui le tecniche viste nel 2010 in Medio Oriente e Nord Africa, la speculazione dello spread in alcuni paesi europei, gli attacchi dei droni in Afghanistan, Iraq, Siria, Libia, Yemen e Somalia. Senza dimenticare le centinaia di truppe appartenenti alle squadre speciali dislocate su cinque continenti e il colpo di stato finanziato e organizzato da organi del governo americano in Ucraina.

 

L’amministrazione Obama ha premuto sull’acceleratore dell’egemonia globale cambiando strumenti, ma effetti e cause sono rimaste le medesime delle precedenti amministrazioni o addirittura peggiori.

Nel frattempo le unioni economiche, culturali e militari tra le tre nazioni pioniere dell’anti-imperialismo, Iran, Cina e Russia, hanno accelerato il loro allineamento strategico come strumento di deterrenza nei confronti di un’avanzata egemonica americana.

 

La guerra in Siria, unito a l’accentuarsi della crisi con la Russia, le tensioni con la Cina nel Mar Cinese Meridionale e l’aggressiva postura verso nazioni sciite nell’orbita iraniana hanno accelerato l’erosione del potere americano. Le cause vanno ricercate negli effetti del modello culturale imposto con le primavere arabe, economico facilitato dal colpo di stato in Ucraina (nazione sull’orlo del fallimento) e militare con l’impossibilità di un intervento diretto in Siria. Gli Stati Uniti, nel giro di un decennio, si sono trovati di fronte ad una realtà non più compatibile con il piano di egemonia globale.

La vittoria di Trump si colloca in questo scenario decadente. Siamo di fronte ad un autentico rivoluzionario che intende disfarsi per sempre delle mire egemoniche globali oppure è semplicemente una pausa ben ponderata dalle élite per rivitalizzare l’economia, fermare il malcontento interno al paese e ricostruire l’esercito per riprendere la marcia verso un’egemonia globale nel 2020?

 

E’ la tipica domanda da un milione di dollari a cui ho provato a dare una risposta approfondita. Al momento però è difficile interpretare e prevedere quale strada verrà intrapresa dal presidente eletto. Entrambe hanno svariate argomentazioni a loro sostegno e possono essere facilmente contestate o condivise.

 

Solo il tempo ci dirà se la realtà che ci circonda è già adesso collocabile in un ordine mondiale multipolare oppure se siamo in una convulsa fase di transizione in cui gli Stati Uniti restano ancorati al ruolo di potenza globale, sperando di preservare il ‘momento unipolare’ iniziato nel 1989.

 

 

 

 

http://www.lantidiplomatico.it/dettnews-da_bush_a_trump_cultura_economia_e_guerra_i_pilastri_del_nuovo_ordine_mondiale/16990_18035/

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