Coronavirus: si fermano le industrie “non necessarie” ma non quelle delle armi

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L’industria militare pare intoccabile anche in emergenza sanitaria. Mentre in Italia la maggior parte delle fabbriche sono ormai chiuse perché ritenute “non essenziali” un settore rimane ancora produttivo: quello delle armi.

Persino ai tempi del Coronavirus le armi vengono considerate una produzione essenziale. La pubblicazione del decreto emanato dalla Presidenza del Consiglio riguardante le più recenti e severe restrizioni dovute al covid-19, in particolare verso le attività produttive, ha evidenziato un dettaglio che mette in discussione cosa sia davvero “necessario” per i governanti, in questo periodo di crisi sanitaria. Mentre è stata imposta la chiusura per la maggior parte delle aziende, l’industria della difesa resta operativa. Secondo il governo Conte, quindi, la produzione di armi risulta essere fra le attività strategiche e necessarie al Paese. Ancora una volta l’industria militare pare intoccabile. La risposta delle organizzazioni per il disarmo, fra cui Rete Pace, Rete Disarmo e Sbilanciamoci, non ha tardato ad arrivare: quale sarebbe il senso di mettere a rischio la salute di migliaia di lavoratori (e diffondere ulteriormente il contagio) solo per non compromettere i profitti dell’industria delle armi?

Le vere “armi” da finanziare erano altre

In questo periodo di pandemia tra tg, giornali e discorsi pubblici, si abusa di metafore belliche. Si parla di “guerra” contro un “nemico” sconosciuto, di ospedali “in trincea”, di medici “in prima linea”, di “bollettini di guerra” della Protezione civile. Inadeguatezza dei termini utilizzati a parte, ironia (amara) della sorte vuole che l’Italia si sia scoperta “disarmata” di fronte al Coronavirus. Come affermato dalla Rete Italiana per il Disarmo ciò è accaduto perché la Sanità nel nostro Paese è stata definanziata in 10 anni per 37 miliardi di euro. Secondo i dati dell’Osservatorio Milex e della Fondazione Gimbe, la spesa sanitaria in questi ultimi anni si è ridotta dal 7% al 6,5% del Pil, mentre la spesa militare è aumentata dall’1,25% (2006) all’1,43% (2020), per un totale di 26 miliardi.

Le proteste delle associazioni per il disarmo e dei civili

Si ferma l’economia civile, ma quella incivile continua a lavorare” è questo l’appello lanciato da Banca Etica, Scuola di Economia civile, Mosaico di Pace, Pax Christi e Movimento dei Focolari in una lettera aperta destinata a Parlamento, Governo e sindaci. I firmatari sottolineano come ci sia bisogno di caschi per la respirazione ventilata piuttosto che di quelli per i piloti di F-35, di posti letto di terapia invece che di posti di comando nelle caserme. Ci si chiede: quanti respiratori sarebbe possibile acquistare con il costo di un solo aereo F-35, cioè circa 150 milioni di euro? E con i 400 mila euro necessari per la produzione di un casco da pilota? E ancora, quanti posti letto si potrebbero realizzare con un solo giorno di spese militari, pari a 68 milioni?

Immediate anche le reazioni dei sindacati, con scioperi spontanei in alcune aziende a produzione militare. Ciò dimostra come cittadini e lavoratori stessi stiano sviluppando coscienza sul tema e una visione chiara su quali siano le scelte più utili per il Paese. Si avverte sempre più l’urgenza di uscire dalle logiche che hanno condotto ai gravi tagli della sanità da un lato e agli incentivi della spesa militare dall’altro.

Ferrara: forti pressioni dalla lobby delle armi

Qualche segnale di critica arriva anche dalla maggioranza. Il senatore Gianluca Ferrara, del M5s, ha dichiarato come sia “il momento di riconsiderare la scala delle nostre priorità collettive, che oggi non è nel continuare a produrre aerei da guerra e altri strumenti di morte”. Nonostante ciò, le fabbriche di armamenti non si fermano e a sua detta si sarebbero registrati anche dei casi di contagio in alcune sedi. Per il senatore questa eccezione non sarebbe altro che una conseguenza delle pressioni della lobby delle armi. Secondo Ferrara, l’emergenza sanitaria del covid-19 rivoluzionerà il concetto stesso di Difesa, in un Paese che “spende 5,4 miliardi l’anno in nuovi armamenti, solo per gli F-35 quest’anno circa 860 milioni”.

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Photo by Specna Arms on Unsplash

La via verso la riconversione è ancora lunga

L’emergenza sanitaria ha messo in evidenza come l’industria bellica non sia un settore essenziale; questa potrebbe essere l’occasione per avviarsi verso il disarmo e riconvertire le industrie belliche, magari in produzioni sanitarie. La questione della riconversione è stata presa in esame anche da Giorgio Beretta, ricercatore dell’Osservatorio sulle Armi di Brescia (Opal). “In Italia le imprese produttrici di munizioni e armi sono 231, rispettivamente 124 e 107. Solo una di queste, la Siare Engineering, produce ventilatori polmonari. Per il resto dipendiamo fortemente dall’estero per i macchinari vitali”. “Nonostante ciò”, denuncia Beretta, “la Regione Lombardia nel 2006 affossò definitivamente l’Agenzia regionale per la riconversione dell’industria bellica istituita nel 1994”.

Il Team di BreakNotizie

 

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