Chi ha paura di investire sull’Italia?

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Gli investitori internazionali non hanno nessuna intenzione di investire sulle aziende italiane. Troppi rischi e poche possibilità di guadagno, vista la situazione del paese. Come dargli torto?


Una volta eravamo parte dell’élite, quella che rappresentava un posto sicuro per gli investimenti perché avevamo aziende solide e fruttuose. Ora le cose sono molto diverse. Dal 2007, ultimo anno florido prima dello scoppio della crisi economica, quando furono investiti circa 30 miliardi di euro in titoli italiani, siamo finiti ai circa 12,5 miliardi del 2015.

I dati che il Censis fornisce ogni anno sull’andamento del paese sono a dir poco allarmanti. Solo l’1,6% degli investimenti esteri va a finire nel Bel Paese. Quelli che posseggono i capitali preferiscono nazioni come Regno Unito e Francia che sono più stabili e danno maggiori sicurezze. Persino la Spagna che tanto spesso viene citata come nazione che starebbe peggio di noi, in queste statistiche ci guarda dall’alto, deridendoci.

Esistono fondamentalmente due tipi di investimenti che possono provenire dai grandi capitali internazionali: da una parte ci sono gli investitori che puntano tutto su titoli regolamentati, per avere maggiore tranquillità e gestire al meglio i propri fondi; dall’altra parte ci sono gli amanti del rischio, che puntano sui fondi di private equity, cioè sulla sottoscrizione di nuove azioni che apportano nuovi capitali alle aziende su cui si investe. Dov’è che l’Italia viene maggiormente penalizzata? Purtoppo in entrambe le situazioni.

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Le spiegazioni sono piuttosto univoche: l’Italia non rientra nel Tier1, che rappresenta la Formula 1 degli investimenti. Il nostro paese è ormai relegato a serie minori che vengono guardate raramente dagli investitori. E quando gli sguardi dei capitalisti arrivano, l’Italia è costretta a dividerseli con tutto il resto del mondo. Insomma ottenere degli investimenti è diventato un vero e proprio terno al lotto. I grandi investitori vanno dove tira il vento, i timidi respiri delle aziende italiane, così, non riescono a raggiungerli. Dovrebbero soffiare molto più forte, ma ormai gli è rimasto ben poco fiato.

Tutto ciò è un vero peccato. Perché un esame approfondito della situazione italiana porterebbe a notare che se da una parte le grandi aziende italiane, che in passato hanno fatto la gloria del bel paese, con la crisi si sono dovute ridimensionare e non rapresentano più un buon investimento, dall’altra parte la nostra nazione pullula di piccole e medie imprese che fanno il loro lavoro con la massima serietà e professionalità. Queste aziende, con i giusti investimenti stranieri, potrebbero fare definitivamente quel salto di qualità che consentirebbe loro di essere pienamente competitive sul piano internazionale.

Quello che l’Italia deve fare ora è cercare innanzitutto di risalire nel Tier1, nell’élite degli investimenti. Per fare ciò bisogna dimostrare al mondo che non siamo tutti corrotti e collusi con le varie mafie, che la giustizia italiana sa accorciare i tempi se è necessario (perché i lunghi tempi burocratici italiani spaventano non poco i capitalisti stranieri), ma soprattutto è fortemente necessario che le aziende italiane sappiano presentarsi al meglio al mercato internazionale, mostrando quanto di buono sono in grado di fare.

Il Team di BreakNotizie