Il buco dell’ozono è ai minimi storici ma non è una buona notizia

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È dal 1982 che il buco dell’ozono sull’Antartide non era così ridotto: secondo la NASA, però, si tratta di un dato allarmante. Vediamo perché.

In questi ultimi anni il buco nell’ozonosfera presente sull’Antartide si è progressivamente rimpicciolito, sino a raggiungere un’estensione inferiore a quella del 1982, anno in cui è stato scoperto. Le sue dimensioni, attualmente, sono le più piccole mai osservate. Il buco dell’ozono sull’Antartide si forma nell’emisfero australe alla fine dell’inverno: in base alle misurazioni degli scienziati lo scorso 8 settembre ha raggiunto la sua massima estensione di 16,4 milioni di chilometri quadrati per poi ridursi a 10 milioni di chilometri quadrati da metà settembre a oggi. I dati arrivano dalla NASA e dalla Noaa (National Oceanic and Atmospheric Administration).

Cambiamenti climatici e responsabilità umane?

A detta degli esperti, tuttavia, non vi è molto di cui rallegrarsi: il fenomeno sarebbe un segno inequivocabile del riscaldamento climatico; le temperature più elevate, infatti, non consentono le reazioni fra l’ozono (O3) e gli elementi che lo “distruggono”, ossia Cloro (Cl) e Bromo (Br). Queste sostanze sono in genere immesse nell’atmosfera per lo più da attività umane: sono presenti infatti nel freon, il gas refrigerante dei frigoriferi, ma anche nei clorofluorocarburi (CFC) delle bombolette spray e negli idrofluorocarburi (HCFC). Il protocollo ambientale di Montreal le ha bandite nel 1987, sebbene a tutt’oggi non tutti i Paesi lo rispettino: da una recente ricerca della Noaa, infatti, pare che la maggiore concentrazione di CFC si trovi nell’emisfero settentrionale, in Asia, presumibilmente Cina, Mongolia o Corea. La situazione attuale, però, secondo gli scienziati è dovuta ad un anomalo incremento delle temperature della stratosfera sopra il Polo Sud.

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L’ozonosfera non sta guarendo

Come hanno reso noto la NASA e la Noaa, in condizioni meteorologiche normali, il buco dell’ozono tende a crescere sino ad un massimo di circa 20,7 milioni di chilometri quadrati. In 40 anni questa è la terza volta che le temperature calde hanno limitato il consumo dell’ozono. Oltre al 2019, infatti, una riduzione simile del buco nell’ozonosfera è stata registrata nel 1988 e nel 2002. Non vi sono attualmente delle evidenze scientifiche che correlino in modo diretto la riduzione del buco nell’ozonosfera con i cambiamenti climatici, tuttavia gli esperti statunitensi evidenziano che tale fenomeno non rappresenta un miglioramento generale del quadro ambientale.

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Paul Newman, scienziato specializzato in Scienze della Terra del Goddard Space Flight Center NASA, ha specificato: “Si tratta di un’ottima notizia per l’ozono dell’emisfero australe; occorre però riconoscere che quello a cui stiamo assistendo quest’anno è da attribuire alle temperature più alte della stratosfera. Non significa necessariamente che l’ozono atmosferico sia improvvisamente sulla buona strada per il recupero”.

Il Team di BreakNotizie

 

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