Africa in fiamme da metà luglio ma nessuno ne parla

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Mentre gli occhi del mondo sono concentrati sull’Amazzonia, in Africa oltre 10 mila incendi stanno distruggendo la foresta pluviale in Angola, Zambia e Repubblica democratica del Congo.

L’Africa Sub-sahariana sta bruciando da oltre un mese ma la maggior parte dei media non ne parla. Senza nulla togliere al grave disastro che sta colpendo l’Amazzonia, si tratta dei peggiori incendi africani di questi ultimi 15 anni, a detta degli esperti. Una tragedia sinora passata in sordina, ma che riguarda il continente africano da metà luglio.

Le foto satellitari parlano chiaro

Le foto satellitari fornite dalla NASA che mostrano l’Africa centrale a fuoco sono un vero e proprio pugno nello stomaco. L’Angola ha registrato sinora 6902 incendi e la Repubblica Democratica del Congo 3395. I violenti roghi riguardano anche Zimbabwe, Zambia e Madagascar. Per capire la portata del disastro basti sapere che in Brasile, fino ad adesso, si sono verificati “soltanto” 2127 focolai. Basandosi sulle rilevazioni di Copernicus, programma europeo di osservazione del pianeta Terra, la maggioranza degli incendi di biomasse nel mondo allo stato attuale si sta verificando nella regione centrale dell’Africa. Si tratta del 70% delle aree a fuoco di tutto il mondo.

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Incendi attivi in agosto 2019 in Africa [Credits: NASA]

Povertà e cambiamenti climatici: un allarmante circolo vizioso

Una delle cause di questi incendi, come sta succedendo in Amazzonia, è l’attività agricola e zootecnica, specialmente l’impiego della tecnica del debbio, nota anche come “taglia e brucia”. Gli allevatori e i contadini centrafricani, infatti, mettono a fuoco ampie zone costituite da savana o foreste per strappare del terreno utile ai pascoli e all’agricoltura, ma anche per bruciare gli scarti dei terreni coltivati per prepararli alla stagione successiva. Si tratta di una tecnica antica e del modo più economico per ripristinare i campi e fertilizzarli; in Costa d’Avorio, però, ha portato alla scomparsa di tutta l’area boschiva al centro del Paese.

Un circolo vizioso dal quale pare impossibile uscire, dal momento che a questa pratica molto diffusa si aggiungono periodi più lunghi di siccità e disastri ambientali sempre più frequenti che stanno decimando la disponibilità di terreni fertili. Per avere nuovi spazi coltivabili e fertili, infatti, si incendiano le aree boschive e l’enorme quantitativo di CO2 liberata nell’atmosfera accelera il cambiamento climatico sul quale molto si discute ma veramente poco, all’atto pratico, si fa.

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Bruciare per sopravvivere

Le radici di questo problema, però, sono anche sociali: in molti Paesi africani l’agricoltura è ancora legata alla sussistenza. L’80% della popolazione vive al di sotto della soglia della povertà. La scarsità di investimenti e di mezzi incoraggia l’impiego di pratiche ancestrali come il “taglia e brucia”, un tempo sostenibili ma che ora rischiano di contribuire sensibilmente al disastro climatico.  A chi non ha mezzi non resta altro che bruciare per sopravvivere. Una contraddizione che potrebbe risolversi con uno sviluppo agricolo sostenibile che possa riscattare la maggior parte della popolazione di queste regioni da un’agricoltura di sussistenza.

Il Team di BreakNotizie

 

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