Uzbekistan: gli schiavi “volontari” nei campi di cotone

Uzbekistan: gli schiavi “volontari” nei campi di cotone

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La schiavitù è stata abolita ma ancora esiste in diversi angoli del mondo: è il caso dell’Uzbekistan, dove nei campi di cotone vanno i “volontari” forzati

Nel 2016 l’essere umano è costretto a fare i conti con la schiavitù, in una forma meno sfacciata ed evidente, perciò più subdola. Anche quest’anno, come ogni settembre, nei campi di cotone di Tashkent in Uzbekistan si è svolta la raccolta alla quale ha partecipato buona parte della popolazione. Sembra un evento in cui trionfa lo spirito di collaborazione, ma non è affatto così: ogni anno le autorità impongono ai cittadini di prendere parte alla raccolta di cotone per un compenso bassissimo.

Uomini, donne, lavoratori e studenti sono costretti ad abbandonare le loro attività quotidiane e firmare delle “liberatorie” nelle quali affermando di lasciare in maniera volontaria il proprio impiego per andare a raccogliere cotone; gli uomini ne devono raccogliere circa 80 chili al giorno, mentre le donne 50, il tutto rigorosamente a mano. Si tratta di lavoro coatto e tutti gli anni, verso la fine dell’estate, circa un milione di cittadini uzbeki devono farci i conti.

Chi ha un po’ di soldi da parte, riesce a pagare qualcuno che lo faccia al posto suo, altri invece tentano un’altra strada: corrompere i funzionari incaricati in modo da evitare la faticaccia nei campi. Le associazioni per la difesa dei diritti umani hanno da tempo denunciato quanto accade in Uzbekistan, eppure gli occhi di chi dovrebbe vedere quello che succede rimangono ostinatamente chiusi. Motivo? Il territorio uzbeko è strategicamente di grande importanza.

La banca mondiale ha deciso di stanziare 500 milioni di dollari nel 2015 per una serie di progetti che riguardano le campagne dell’Uzbekistan, con la supervisione dell’Ilo, l’Organizzazione internazionale del lavoro che fa capo alle Nazioni Unite (e che dovrebbe vigilare affinché il lavoro sia dignitoso per tutti). I progetti, sulla carta, riguardano lo sviluppo delle aree rurali, in realtà sono serviti solo a mettere un piede in Uzbekistan, Paese che confina con Russia, Afghanistan e Cina e si trova quindi in un’area-chiave a livello geopolitico.

In difesa dei lavoratori, l’Ilo ha messo a disposizione un numero verde per le denunce: il numero di chiamate è stato pari a zero. L’organizzazione ha dunque dedotto che la situazione nei campi di cotone in Uzbekistan sia perfettamente normale: non esistono prove di sfruttamento di minori né di lavoro coatto. In sostanza, anche per un’organizzazione in difesa del lavoro dignitoso, gli equilibri geopolitici vengono prima dello sfruttamento.

Il team di BreakNotizie

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