Un po’ vichinghe e un po’ hobbit: le “turf house”

Un po’ vichinghe e un po’ hobbit: le “turf house”

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“Eccezionali esempi di architettura vernacolare”, sono state candidate a prtimonio dell’Unesco: sono le antiche e affascinanti abitazioni islandesi dal tetto d’erba e torba.

“Eccezionali esempi di architettura vernacolare”, sono state candidate a patrimonio dell’Unesco: sono le case islandesi dal tetto d’erba. Oggi per lo più deferite a deposito di materiali, nacquero per mano dei coloni nordici nel IX secolo. Fondamenta in pietre piatte, struttura in legno e rivestimento in torba (spesso utilizzata anche per le pareti)i, possono presentarsi come vere e proprie colline verdi. Dimore che affondano in un passato fatto d’ingegno e prodotti poveri. Sono la diretta evoluzione d’alcune costruzioni dell’età del ferro: basti pensare all’irlandese Newgrange o agli antichi villaggi celtici. E non è certo un caso che anche Norvegia, Olanda, Scozia o Groenlandia abbiano conosciuto strutture simili. Il buon senso, del resto, insegna: il rivestimento del tappeto erboso assicura un perfetto isolamento dal freddo l’inverno e dal caldo l’estate. Pannelli termoregolatori ante litteram a costo di posa.

Certo, la durata è limitata: si stima che ogni 20-70 anni, a seconda delle condizioni climatiche, lo strato di torba andasse sostituito o integrato. Poca cosa di fronte ai molti vantaggi in termini di costi materiali, isolamento termoacustico, e un impatto ambientale, neanche a dirlo, pari a zero. Unico decoro, infatti, oltre alle finistre che occhieggiano qua e là fra i lunghi ciuffi d’erba, sono le porte d’ingresso: capita così che un’intero “villaggio” si confonda col paesaggio circostante e poi, d’un tratto, voltando in direzione degli unici punti d’accesso, s’incontrino pareti variopinte e porte colorate.

Le “turf” (torba) house che fanno parte della tradizione islandese sono quelle che più di tutte possono raccontare l’evoluzione di queste dimore. Come quando, nel XIV secolo, alle grandi longhouses vichinghe si sostituirono più strutture collegate tra loro.

Un agglomerato rurale ancora visitabile è la fattoria di “Glaumbær”, nel nord dell’isola. Abitata fino al 1930, nel 1947 fu dichiarata patrimonio culturale e l’anno seguente vi s’installò il Museo di cultura popolare dello “Skagafjörður”. Ancor oggi, su una collina che domina la vallata, è la silenziosa depositaria di antichi saperi. 12 strutture realizzate in periodi diversi e tutte collegate tra loro da un unico corridoio lungo 20 metri. Sono l’ultima testimonianza di un’istallazione umana risalente almeno all’XI secolo secondo la datazione di alcune pietre di fondazione rinvenute nel 2002. Ma le fondamenta erano spesso recuperate e riutilizzate ed è dunque impossibile stabilire l’esatta età dell’insediamento. Ben riconoscibile da lontano è poi la piccola, graziosa chiesa dai muri bianchi e tetto rosso. La presenza di un edificio dedicato al culto è attestata nell’area da numerosi secoli, a conferma dell’intensa attività sociale che Glaumbær doveva ospitare un tempo.

Oggi il più antico ambiente visitabile è la cucina della metà del ‘700. Gli spazi più recenti risalgono invece al 1879. Dall’esterno sono ben visibili i mattoni di torba messi in costa che formano il tipico motivo a “lisca di pesce” e, naturalmente, il manto erboso che ricopre ogni tetto, restituendo alla vista l’effetto di dolci poggi. Basta però metter piede nello spiazzo antistante gli ingressi che tutto cambia: appaiono infatti una sequela di facciate bianche profilate di giallo, finestre e piccole porte.

E all’interno lo stupore continua: si susseguono stanze per gli ospiti, dispensa, una masseria grande ed una più piccola (dov’erano prodotti burro e il tipico “Skyr”), le due stanze del contabile e il grande soggiorno. Questa sala comune fungeva anche da dormitorio: 10 letti in due file da cinque lungo le pareti accoglievano a turno due persone ognuno, e si trasformavano in tavoli all’ora dei pasti. Tra loro arcolai, bauli decorati e i pochi oggetti personali d’uso quotidiano. Non immaginate però locali sporchi, scuri o trascurati: tutt’altro. Ogni cosa nel grande sottotetto del soggiorno è legno, calore, e luce che filtra dalle piccole finestre. La stanza più elegante, poi, ha pareti di un blu marino e intenso, cassettone e ribaltina d’epoca. Una lampada ad olio che racconta di lunghe sere invernali trascorse al riparo dai venti freddi.

Chissà che, in ottica green e architettura sostenibile, le turf house e i nostri progenitori non abbiano qualcosa da insegnarci…

di Sergio Masini

 

 

 

 

http://questomeseidee.it/un-po-vichinghe-e-un-po-hobbit-le-turf-house/

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