UK, i videogame patriottici ed europei pagheranno meno tasse!

UK, i videogame patriottici ed europei pagheranno meno tasse!

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Il governo britannico vara un piano di aiuti per i giochi elettronici, soprattutto se si svolgono in Europa. Così come già avviene per film e telefilm. Ecco come funziona.

MENO TASSE per chi sviluppa videogame, a patto che i giochi si svolgano in Inghilterra o quantomeno in Europa. E che siano creati da software house che risiedono a Londra e dintorni o nel Vecchio Continente. L’idea, riportata dal Wall Street Journal, è del governo inglese. Non è chiaro ancora a quanto ammonteranno i fondi stanziati nel complesso, ma si parla di 158 milioni di euro in quattro anni per consentire ai giochi selezionati di esser prodotti con un costo del 20% inferiore rispetto alla media. Non sono cifre alte, basti pensare che un titolo di profilo elevato può superare facilmente i 100 milioni di euro. Ma è un gesto importante, soprattutto per le case di sviluppo piccole. Significa che a Downing Street si sono accorti che è un settore miliardario, strategico, che va sostenuto come già fanno altri Paesi iniziando dal Canada e come viene fatto per cinema e televisione anche qui in Italia.
A stabilire quali giochi possono accedere alla sovvenzioni, è il British Film Institute (Bfi) sostenuto da fondi pubblici. Tutto grazie a un sistema di valutazione a punti, con un tetto massimo di 31 anche se, per avere qualche speranza, il minimo sindacale è arrivare a 16. Lo stesso British Film Institute alla fine del processo controllerà se il videogame ha mantenuto le promesse. “Ma non è detto che debba per forza apparire come culturalmente britannico”, ha spiegato Anna Masi, a capo dell’ufficio certificazioni del Bfi che gestisce programmi simili per film e telefilm e che ha redatto le regole per accedere al finanziamento. “Se un videogame verrà creato qui, sappiamo bene che porterà in ogni caso posti di lavoro e benefici”.

Si prendono quattro punti se il gioco è almeno in parte ambientato fra Gran Bretagna e Europa, altri tre se i personaggi principali sono nati dalle nostre parti, altri tre se la trama propone parte della storia europea, altri quattro se il soggetto è scritto da europei, due se riflette i valori inglesi. E via discorrendo. Insomma, un gioco come Valiant Hearts, che si svolge durante la Prima Guerra Mondiale fra Francia e Germania, di chance ne avrebbe avute parecchie. Ancor meglio la serie di Total War della Creative Assembly, quella di LittleBigPlanet o dei vari titoli della TT Games come Lego Star Wars, fatte tutte in Inghilterra. Ma l’elenco è lungo, a tal punto che teoricamente potrebbe andar bene pure un Candy Crush sviluppato dalla King.com a Londra. Se si viene scelti, a gioco finito il governo inglese rimborserà una parte dei soldi spesi non oltre il milione di sterline a gioco.

Potrebbe funzionare anche da noi? Qui le software house capaci di competere nel mercato dei videogame sono ancora poche, in totale se ne contano circa cento, e bisognerebbe capire bene chi sostenere scegliendo quelle che possono davvero farcela proprio in virtù della loro esiguità. Perché sviluppare un gioco a volte richiede anni e, se bisogna stanziare dei fondi, è meglio farlo in maniera mirata. In una recente audizione presso la Commissione cultura della Camera, ad esempio, al cospetto della vicepresidente Ilaria Capua, si è discusso di vietare ai minorenni quei giochi attualmente consigliati a un pubblico adulto. Così come avviene nella stessa Gran Bretagna del resto. Al di là dell’esser d’accordo o meno con una proposta del genere, legittima, colpiva l’assoluta ignoranza dei soggetti coinvolti nella discussione. Come ha ammesso apertamente una di loro, la Presidente del Consiglio nazionale degli utenti dell’Agcom, Angela Nava Mambretti. E allora viene da chiedersi chi e con quali conoscenze in Italia potrebbe mai mettersi a giudicare come fanno al British Film Institute. Con il rischio concreto che, limitandosi alle ambientazioni o la nazionalità dei creatori, si potrebbero riprodurre le brutte figure fatte conGioventù Ribelle, una farsa imbarazzante che nelle intenzioni avrebbe dovuto rendere più moderne le celebrazioni per 150 anni dall’unità d’Italia.

In fatto di sviluppo, il confronto fra l’Italia e il resto d’Europa per certi versi è ancora impietoso. Tralasciando Inghilterra, Francia e Germania che giocano in un campionato diverso dal nostro, secondo l’Aesvi (associazione di categoria che raccoglie sia gli editori di giochi come Sony, Microsoft, Nintendo o Activision che hanno una sede da noi, quanto gli sviluppatori) in Olanda hanno ben 330 aziende contro le nostre cento. In Svezia sono oltre duemila, con un giro di affari da mezzo miliardo di euro. Peggio di noi? Spagna, Portogallo, Grecia.

Ma quest’anno alla Game Developers Conference, dal 2 al 6 marzo a San Francisco, per la prima volta l’Italia ha avuto un suo stand. Tutto organizzato dalla Aesvi e finanziato dall’Ice, Agenzia del Ministero dello Sviluppo Economico che promuove le imprese italiane all’estero. Dodici software house sono state ospitate in uno spazio grande quando quello dell’Inghilterra, guarda caso, che ha una scena dei videogame molto più ampia che occupa circa 20mila persone con un business da due miliardi di sterline. Ecco, forse basterebbe aiutare quelle dodici case e aggiungere magari altri nomi, compresi quelli che si son fatti notare ai recenti Drago d’Oro, gli Oscar italiani dei videogame. Dalla Ovosonico alla Digital Tales, fino alla Forge Replay. Il vantaggio di esser ancora in pochi sta nel fatto che le realtà di valore sono già in parte note e gli investimenti possono essere mirati.

 

 

 

 

http://www.repubblica.it/tecnologia/2015/03/31/news/meno_tesse_per_i_videogame-110914260/

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