Tecnologia e lavoro: una collaborazione possibile?

Tecnologia e lavoro: una collaborazione possibile?

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La tecnologia, la parola chiave dell’economia del nostro secolo, ad alcuni fa paura. Fa paura l’idea che vi siano sistemi informatici e strutture in grado di prendere il posto di chi lavora, degli esseri umani.


Non è l’ennesima concezione luddista della realtà, è un vero e proprio dato di fatto: se è vero che l’evoluzione tecnologica è condizione indispensabile per le aziende per rimanere al passo con il mercato e con il mondo economico, è anche vero che in sempre più realtà sembra venir meno l’aspetto umano, ed il lavoro umano, per fare spazio alle nuove tecnologie.
Una visione forse pessimista della tecnologia, ma abbastanza condivisa. Basta guardarsi attorno, nella vita reale di ogni giorno, per rendersi conto di come sempre più lavori siano svolti dalle macchine.
L’innovazione e lo sviluppo tecnologico seguono ritmi impressionanti, e pongono degli interrogativi sulla possibilità, o meno, di conservare interi comparti occupazionali. Se in un futuro si potranno prenotare i viaggi solamente online, ad esempio, sarà l’intera categoria delle agenzie di viaggio a venire meno, con le conseguenti ripercussioni sociali. Ed è solamente un piccolo esempio.

La tecnologia, quindi, interroga e pone quesiti importanti. V’è chi, come Clayton Christensen (professore alla Harvard University), parla già di “disruptive innovation”, tecnologie che letteralmente “distruggono”, bruciandoli, posti di lavoro ed occupazione.
La sempre più pregnante robotizzazione a cui si assiste, in poche parole, sarebbe l’inizio di un processo irreversibile, che porterebbe alla parziale esclusione degli esseri umani dai processi lavorativi a vantaggio invece dell’inserimento di strumenti robotizzati.
Non si tratta di una lontana prospettiva fantascientifica, ma di una questione posta in questi termini dalla realtà economica.
Un’azienda, la “Rethink Robotics”, aveva già prospettato nei mesi scorsi la possibilità teorica di introdurre nell’attività lavorativa di fabbrica un robot, il modello Sawyer, ad un prezzo praticamente irrisorio (meno di 30mila dollari) ed in grado di affiancarsi ai lavoratori.
L’intelligenza artificiale esce dai libri e dai film di fantascienza e si pone come un problema tangibile e reale. Lo sviluppo tecnologico dei settori più avanzati distruggerà i posti di lavoro?

Il vero problema sembra cercare un compromesso fra la necessità dello sviluppo tecnologico in certi campi e l’insostituibilità del lavoro umano negli stessi settori. Insomma, una sorta di accordo tacito che permetta ai lavoratori di proseguire nella loro attività usufruendo delle tecnologie senza che queste ultime li soppiantino.
Di fronte a questi fatti, sarebbe necessario che gli stati promuovessero delle politiche economiche in grado di aumentare la professionalità dei singoli, sempre nell’ottica che, più gli anni passano, più la flessibilità lavorativa diventa un requisito indispensabile per un soggetto.
La soluzione non è quindi quella di assumere atteggiamenti reazionari ed anti-storici, dato che il progresso tecnologico non può e non deve essere fermato per ovvie ragioni, ma quello di aiutare l’inserimento nel mercato delle forze lavoro che si trovano ai margini (disoccupati) e di trovare un punto di equilibrio fra l’indispensabile innovazione tecnologica, motore dell’economia e della ricerca scientifica, e la prestazione umana, intesa come un valore aggiunto ed irrinunciabile che non bisogna neppure tentare di sostituire con delle macchine.
L’unica alternativa a questa soluzione è la triste previsione di un mondo a misura di macchine e non di uomini.

 

Il team di BreakNotizie

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