Schiavitù e depauperamento: la Giamaica chiede i danni

Schiavitù e depauperamento: la Giamaica chiede i danni

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Non è la prima volta che capita: è già successo, e anche in Italia se n’è parlato, che un Paese esiga formalmente da un’altra nazione risarcimenti miliardari per danni ormai lontani nella storia. Adesso è il turno di Giamaica e Gran Bretagna, i cui leader di governo e ancora di più le rispettive popolazioni si scontrano su una questione abbastanza spinosa. In gioco, decine di miliardi di dollari.

Tornando indietro: ecco cosa è successo.
Per risalire alle origini della diatriba bisogna tornare ai principi del XIX secolo, quando il territorio giamaicano era sotto il completo dominio dei conquistadores britannici. Colonizzatori che, si deve dire, resero questo lembo di terra una vera e propria miniera d’oro, soprattutto grazie alle esportazioni di zucchero, con una produzione annuale pari a decine di migliaia di tonnellate. Per ottenere questi numeri da record gli inglesi determinarono un altro primato: quello del commercio di schiavi africani. Esportazioni di zucchero e importazioni di uomini, in un processo durato circa duecento anni, dal ‘600 all’inizio del ‘800. Si era arrivati a un rapporto di venti schiavi per ogni bianco. In seguito a ribellioni e disordini, verso gli anni Trenta del XIX secolo, la schiavitù venne abolita formalmente. La Giamaica divenne indipendente dalla Gran Bretagna nel 1962.

La Giamaica, dunque, esige un titolo risarcitorio.
Nel coro dei Paesi caraibici, ex colonie dei grandi stati europei, anche la Giamaica ha chiesto risarcimenti per i danni subiti dalla tratta degli schiavi. A monte, di nuovo, un dato storico: abolita la schiavitù, il governo del Regno Unito ha impegnato e pagato miliardi di dollari a titolo risarcitorio. Peccato che il risarcimento era disposto a favore non delle vittime della tratta, ma per i proprietari fondiari e schiavisti, per compensare la perdita di reddito. Ecco dunque come una distribuzione monetaria iniziale pesantemente iniqua ha condizionato l’economia della nazione. Ed ecco, pertanto, dove si fonda la richiesta di pagamento del popolo e del governo giamaicano.

Com’era prevedibile, il premier Cameron non ci sta.
Recentemente, il Primo Ministro David Cameron ha cercato di chiudere la faccenda, rifiutando fermamente sia di porgere le scuse formali sia di pagare quanto richiesto. Riferendo al Parlamento, inoltre, ha ribadito che la schiavitù è qualcosa di ripugnante in tutte le sue forme, ma bisogna guardare al futuro e non fossilizzarsi su un’eredità ormai trascorsa, retaggio di un passato che è stato conforme agli usi e alle limitatezze dell’epoca.

Ovviamente, la questione è molto più articolata.
Si vanno infatti a sovrapporre ideologie e politiche, ma anche temi più delicati di ambito sociale e umanitario, dove anche le singole parole o espressioni usate dai vertici diventano oggetti di dibattiti accaniti. In più, parrebbe che l’ufficio di Cameron abbia devoluto alte somme per la costruzione in Giamaica di un carcere dove estradare i criminali britannici, in un Paese dove sono troppe le famiglie senza nemmeno la parvenza di una casa che possa essere chiamata tale.

Nonostante gli sforzi, le voci dei giamaicani sembrano dover restare inascoltate.
E sembra possibile affermare ciò basandosi sull’esito di analoghe vicende. Qualcosa di simile è successo anche all’Italia che si è trovata da entrambi i lati della questione: si era parlato di esigere un risarcimento alla Francia per i danni subiti in epoca napoleonica e ci si è trovati a dover affrontare le richieste di Libia e Corno d’Africa per quanto subito nel periodo fascista. Ma è normale anche che ci siano evoluzioni giurisprudenziali al riguardo. Aspetteremo ulteriori sviluppi.

Il team di BreakNotizie

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