Referendum non rispettati, in Italia è ormai una consuetudine

Referendum non rispettati, in Italia è ormai una consuetudine

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La recente decisione di stralciare da una proposta di legge presentata dal M5S la ripubblicizzazione dei servizi idrici affidati ai privati, a seguito dell’accoglimento di un emendamento presentato dal Partito Democratico, ha sollevato grandi polemiche. Motivate soprattutto dal fatto che ancora una volta quanto deciso dai cittadini in sede referendaria viene tradito in parlamento. Va infatti ricordato come nel 2011 il corpo elettorale si era espresso a favore dell’acqua pubblica, contrariamente a quanto indicato dall’emendamento democratico, in base al quale la gestione del servizio idrico non dovrà più essere obbligatoriamente pubblica, ma soltanto in “via prioritaria”
Uno scenario peraltro non inedito, quello prefigurato dalla decisione del partito democratico, in quanto già in passato si erano verificate situazioni analoghe.

La Responsabilità civile dei magistrati

Nel novembre del 1987 addirittura oltre l’80% di coloro che avevano votato al referendum promosso dai radicali si era espresso per imporre il principio della responsabilità civile dei magistrati in tutti quei casi in cui si fossero registrate palesi vessazioni nei confronti degli imputati derivanti da colpa grave o dolo.
In questo caso il Parlamento aveva varato la legge Vassalli, la quale andava a sostituire la responsabilità statale a quella del magistrato. In ragione di quanto disposto, nel caso in cui il cittadino fosse riuscito a vedere riconosciuta la colpa del magistrato, avrebbe pagato lo Stato, avviando la rivalsa nei confronti del giudice interessato e tagliando lo stipendio sino ad un massimo di un terzo del suo stipendio.

Il finanziamento pubblico ai partiti

Altra vicenda che costituisce fonte di grande recriminazione è quella relativa al finanziamento pubblico dei partiti, bocciato dal referendum tenutosi nell’aprile del 1993. In quella occasione addirittura oltre il 90% dei votanti si pronunciò per abolire la norma in questione. Un pronunciamento di massa disatteso però dalla legge 515 emanata sul finire del 1993, grazie alla quale il finanziamento fu trasformato in contributo. Il contributo si sarebbe a sua volta trasformato in rimborso, grazie ad una nuova legge varata nel giugno del 1999, allargando le maglie del finanziamento in questione anche ai comitati promotori di tornate referendarie che abbiano raggiunto il quorum necessario. Una ulteriore integrazione, quella del 2002, ha poi reso ancora più cospicuo il rimborso che, nonostante i trucchi semantici, altro non è che il vecchio finanziamento pubblico ai partiti.

Il Ministero delle politiche agricole e forestali

Nella stessa tornata referendaria dell’aprile 1993 era poi stato abolito il ministero delle Politiche agricole e forestali, grazie al parere di oltre il 70% dei votanti. Anche in questo caso è bastato cambiare il nome al ministero, che nel frattempo è diventato “delle politiche agricole, alimentari e forestali”.

La privatizzazione della Rai

Nel giugno del 1995 quasi il 55% degli italiani ha poi espresso il suo parere favorevole alla privatizzazione della Rai, abrogando la norma che ne stabilisce la natura di servizio pubblico. Nel frattempo sono stati varati tentativi di riforma che non hanno cambiato la realtà delle cose, lasciando l’emittente in mano allo Stato.

La rappresentatività in relazione ai contratti degli impiegati pubblici e la contribuzione sindacale automatica

Sempre nel giugno del 1995, i votanti si erano anche espressi su due questioni di carattere prettamente sindacale.
Nel primo caso si chiedeva di abrogare il monopolio detenuto dai sindacati confederali in relazione alla contrattazione del pubblico impiego e i pareri favorevoli dei votanti avevano oltrepassato il 64%. Con un decreto legge risalente al 1997, il ruolo dei sindacati confederali è stato invece ribadito.
Nel secondo caso si chiedeva l’abolizione delle trattenute automatiche su pensioni e stipendi relative alla quota di adesione ai sindacati. Anche in questo caso i pareri favorevoli avevano largamente prevalso, con più del 56%. A rimettere le cose a posto e impedire il rispetto della volontà popolare è stata in questo caso la Corte di Cassazione, secondo la quale una ipotesi di questo genere si configurerebbe come attività antisindacale.

 

Il team di BreakNotizie

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