Referendum del 17 Aprile, facciamo chiarezza.

Referendum del 17 Aprile, facciamo chiarezza.

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Il referendum del 17 aprile sulle trivelle non è sulle trivelle. È la prima cosa da chiarire: il quesito non riguarda le perforazioni ma la durata delle concessioni. Le trivellazioni entro le 12 miglia sono già state bloccate per legge così come sono state negate nuove autorizzazioni. Non stiamo parlando di nuove perforazioni, ma di piattaforme offshore, in mare, che servono a estrarre olio o gas. Le trivelle trivellano, le piattaforme estraggono. Le immagini che girano in rete su pennuti ricoperti di petrolio, bagnanti circondati da acque nere, scenari apocalittici da disaster movie sono fumo negli occhi.

La domanda vera cui si deve rispondere è, semplificando, questa: volete voi che, quando scadranno le concessioni in essere, l’attività delle piattaforme attive entro le 12 miglia si fermi oppure volete che continui fino all’esaurimento del giacimento? Chi vota “sì” non ferma nessuna trivella, per il semplice motivo che non esiste alcuna trivella da fermare. Chi vota sì vuole che, al termine della concessione, siano chiusi gli impianti di produzione anche se i giacimenti sono ancora produttivi. Se vince il no o l’astensione, le compagnie potranno chiedere di proseguire nell’estrazione se vi è ancora gas o petrolio nel giacimento.

Come si è arrivati al referendum
Un passo indietro. Il referendum è stato ottenuto, per la prima volta in Italia, non attraverso la raccolta di 500 mila firme, ma per la richiesta di dieci Regioni: Abruzzo (poi ritiratasi), Basilicata, Calabria, Campania, Marche, Molise, Puglia, Sardegna, amministrate dalla sinistra, Liguria e Veneto, dal centrodestra. Dall’elenco manca l’Emilia-Romagna cioè la regione dove sono situate la maggior parte delle piattaforme. Fra i richiedenti vi è, invece, la Puglia il cui governatore, Michele Emiliano, è il più accanito sostenitore del voto no-triv, sebbene nel suo mare non vi sia nemmeno una piattaforma entro le 12 miglia.

Le Regioni avevano proposto sei quesiti, chiedendo l’abrogazione di alcuni articoli del decreto Sviluppo e del decreto Sblocca Italia. Cinque sono decaduti perché, a dicembre, attraverso la modifica della legge di Stabilità, il governo li ha sterilizzati restituendo alle Regioni quei poteri in materia di sfruttamento di gas e petrolio che aveva loro sottratto. L’unico quesito rimasto in campo riguarda quelle piattaforme che sono presenti nei nostri mari e si trovano a meno di 22 chilometri dalla costa. Stiamo parlando, secondo l’elenco consultabile sul sito del ministero dello Sviluppo, di 92 impianti (piattaforme marine e strutture assimilabili), di cui otto non operativi, le cui concessioni scadrebbero in un tempo variabile tra i due e i trentaquattro anni. È da notare un altro fatto importante: si tratta di piattaforme che, nell’80 per cento dei casi, estraggono metano, non petrolio. La maggioranza di esse si trova al largo di Ravenna.

Le ragioni del sì sono sostenute dalla minoranza Pd, Lega Nord, M5S, Sel. Il sì ha messo d’accordo per una volta Matteo Salvini con Maurizio Landini e Stefano Rodotà. Poi ci sono associazioni come Greenpeace, Wwf, Legambiente, Slow Food. Hanno firmato un appello per il sì Dario Fo, Erri De Luca, Andrea Camilleri, Moni Ovadia, Sabina Guzzanti, Jovanotti e Rocco Siffredi. Ottanta diocesi si sono espresse apertamente contro le trivelle e monsignor Nunzio Galantino, segretario Cei, ha detto che la Chiesa non dà indicazioni di voto, ma ha chiesto alla politica di «creare luoghi seri di confronto evitando semplificazioni e scomuniche contrapposte». Emiliano ha rilasciato un’intervista in cui ha affermato di essersi impegnato nella battaglia referendaria perché è «contro i petrolieri che sfruttano i giacimenti senza limiti e controlli» e perché illuminato dalla lettura della Laudato si’. Nel manifesto del coordinamento nazionale no-triv si legge che l’obiettivo di questo fronte è «diffondere un pensiero post-estrattivista» al fine di liberare il mare italiano dalla ricerca di idrocarburi.
Sul fronte opposto troviamo il comitato “Ottimisti e razionali”, capeggiato da Gianfranco Borghini, che a Tempispiega che la sua prima indicazione è l’astensione oppure il “no”. «Questo referendum non è onesto. Si fa un gran parlare di petrolio e trivelle, mentre si dovrebbe più correttamente discutere di gas e concessioni». Soprattutto, fa notare Borghini, questa mostrificazione degli impianti non ha ragione d’essere: stiamo parlando di metano, «un’energia pulita», e di strutture «sottoposte a continui controlli».

Le cozze, ad esempio
Il ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti ha detto al Corriere Tv che «facciamo ventimila analisi all’anno, una sola non è risultata dentro i parametri europei». L’unico incidente avvenuto in Italia si verificò più di cinquant’anni fa, nel 1965, sulla piattaforma Paguro al largo di Ravenna. In fase di installazione un guasto causò la morte di tre persone, ma non vi furono gravi danni ambientali. «E l’estrazione di gas è sicura – aggiunge Borghini –. Deve passare al vaglio dei severi controlli dell’Ispra, dell’Istituto Nazionale di geofisica, quello di geologia e quello di oceanografia, delle Capitanerie di porto, delle Usl, delle Asl, dell’Istituto superiore di Sanità e dei ministeri competenti. Ogni anno l’Ispra pubblica un rapporto e tutti hanno confermato che la situazione è sotto controllo. Esiste l’inquinamento medio dell’Adriatico, ma non uno specifico “inquinamento da piattaforma”».

A voler essere polemici, esistono casi che dimostrano l’opposto: le cozze, ad esempio. La regione con più piattaforme è l’Emilia-Romagna che è, per quantità, la regina in Italia per produzione di mitili. Sebbene poi abbia smentito se stessa, la stessa Slow Food ha affermato che fra i molluschi più pregiati in Italia vi siano quelli raccolti proprio sulle gambe delle trivelle (e che si possono gustare alla “Festa della Cozza di Marina di Ravenna”). Le più sottoposte a contestazioni da parte delle autorità sanitarie sono, invece, quelle di Napoli, il cui primo cittadino, Luigi de Magistris, è un fegatoso no-triv. La Campania è la regione italiana messa peggio nel controllo degli scarichi fognari in mare – quelli che, poi, sono i più pericolosi per la salute dei bagnanti –, eppure è tra le Regioni promotrici del referendum. Lo stesso discorso vale per il bel mare blu che circonda le trivelle della Calabria jonica, la cui acqua è certamente più limpida di quella del litorale romano senza piattaforme.

trivelle-italiaPosti di lavoro
Secondo Greenpeace, gli addetti che lavorano sulle piattaforme sarebbero una settantina. Dunque, dal punto di vista dell’occupazione, non ci sarebbero grandi ricadute. Perché allora molti sindacati si sono schierati contro il referendum? Non solo la Femca Cisl e Uiltec Uil, ma anche la Filctem Cgil (anche se poi, all’interno della Cgil, c’è stata una spaccatura tra favorevoli e contrari). Angelo Colombini, segretario generale Femca, spiega aTempi perché i sindacati abbiano paventato la perdita di «migliaia di posti di lavoro». «I dipendenti che lavorano sulle piattaforme in Italia, tra ingegneri e staff, sono 7.000. A questi dobbiamo aggiungere i lavoratori dell’indotto e così arriviamo a 30 mila». Il segretario fa notare che «per noi che siamo la seconda potenza manifatturiera europea è indispensabile sostenere un approvvigionamento domestico. Dipendere, come ora, in maniera rilevante da Libia, Algeria e Russia – con i loro problemi di instabilità – e Norvegia, ci lascia sempre in una posizione precaria». Un discorso sistemico che accosti alle energie rinnovabili quelle tradizionali è cruciale per Colombini che vede con favore la bioraffinazione in atto a Venezia, mentre lamenta una certa lentezza, «talvolta ideologica, talvolta burocratica», da parte di ministeri e amministrazioni locali nel concedere le autorizzazioni: «Tutti fattori che fanno perdere al nostro paese tempo, investimenti e posti di lavoro».

Per il sì sono schierate quasi tutte le maggiori associazioni ambientaliste. A fare eccezione sono gli Amici della terra, la cui presidente, Monica Tommasi, spiega a Tempi che «questo referendum ripropone in tutta la sua interezza la questione di un ambientalismo ideologico che, attraverso iniziative demagogiche, allontana la soluzione dei problemi ambientali e li aggrava. Noi abbiamo scelto da tempo di resistere alla deriva della demagogia privilegiando l’approccio alla soluzione dei problemi ambientali fondato sulle conoscenze tecnico scientifiche, sulla corretta informazione del pubblico e sull’assunzione delle responsabilità in nome dell’interesse generale».

Facciamo un esempio: negli ultimi 25 anni nel Mediterraneo ci sono stati 27 incidenti con sversamento: tutti hanno riguardato petroliere. «Se vincesse il sì – dice Tommasi – saremmo costretti ad aumentare le importazioni di gas e petrolio, aumentando così le emissioni in atmosfera e il rischio di incidenti da petroliere». Il Messaggero ha calcolato che per pareggiare la quantità di energia prodotta nel 2015 dalle piattaforme saremmo costretti a fare transitare nei nostri mari 85 superpetroliere, quindi, per paradosso, bloccare le piattaforme significa aumentare il rischio di disastri ambientali.

Verificare le concessioni
Il sospetto, come fanno notare gli osservatori più smaliziati, è che di trivelle&cozze importi poco o niente a nessuno. A Emiliano preme la sua battaglia politica contro Matteo Renzi, alle Regioni di mettere il becco nella trattativa con lo Stato per il rinnovo delle concessioni.
Qui, infatti, sta il vero nodo della questione. Il senatore Mario Mauro spiega a Tempi di essere favorevole al sì al referendum non per ragioni «ambientaliste», ma perché contrario «alle scelte di questo Governo in materia di concessioni». «Porre come unico limite l’esaurimento del giacimento è un grande regalo ai gestori che, anche in caso di giacimenti ormai poveri e residui, avrebbero tutto il vantaggio ad andare avanti, lavorando a basso regime pur di non affrontare le ingenti spese di smantellamento e bonifica». Ergo, è il ragionamento di Mauro, «poiché una trentina di queste piattaforme sono piuttosto obsolete, è meglio che la concessione abbia un termine così da poter verificare se ha ancora ragion d’essere oppure no».

La seconda questione, fa notare Mauro, è che nella lotta di potere tra Stato e Regioni è giusto che queste ultime possano fare valere la loro voce. «Comprendo il fatto che su una questione di interesse nazionale, come è il caso dell’approvvigionamento energetico, debba essere lo Stato a dire l’ultima parola, ma non penso che questo debba essere fatto “a prescindere” dalle Regioni». Soprattutto, fa notare il senatore, «certe misure prese dallo Sblocca Italia sono più in linea con la nuova Costituzione che vuole approvare il governo piuttosto che con la vigente. Dico io: almeno prima fatecela votare».

C’è un problema energetico
Le obiezioni poste da Mauro hanno il pregio di far tornare la discussione nel suo reale ambito (le concessioni, le piattaforme, l’equilibrio di potere tra Stato e Regioni) e di non dirottarla su questioni che non la riguardano (le trivelle, i disastri ambientali). Resta da sottolineare, tuttavia, come il referendum sia lo strumento meno adatto per risolvere il busillis, soprattutto questo che, essendo stato caricato di significati simbolici ambientalisti, rischia di avere conseguenze importanti sul fronte energetico.

A monte di tutto il discorso sulle trivelle sta, infatti, il problema su come il nostro paese debba produrre energia. Sebbene, come abbiamo visto, la maggioranza delle piattaforme estraggano gas, gli ambientalisti calcano la mano sul petrolio. Basta, dicono, investiamo sulle energie rinnovabili. «Straparlano», sentenzia Borghini. «Bene puntare sulle rinnovabili, ma ora come ora non sono sufficienti a soddisfare il nostro fabbisogno. Faccio poi notare che il metano è la fonte più vicina alle rinnovabili, con l’unica differenza che il metano non ha bisogno dei contributi di Stato, mentre per sole e vento lo Stato ha già elargito 12 miliardi di euro».

Anche Tommasi invita a «essere realisti. È falso dire che si possano abbandonare le fonti fossili dall’oggi al domani. Gli ambientalisti seri sanno che la transizione verso un futuro interamente rinnovabile è lunga e difficile. A livello tecnologico ed economico oggi non è possibile coprire tutti i fabbisogni di energia con queste fonti». Una riflessione seria sulle rinnovabili e sulla loro capacità di sostituire le fonti fossili non può prescindere «dall’analisi delle loro effettive potenzialità, dai loro costi e dalle loro esternalità. Il loro contributo è destinato ad aumentare, ma non è ancora prevedibile quando e in che misura potranno incidere sullo scenario energetico mondiale. Riusciremo sicuramente a raggiungere gli obiettivi europei al 2030 portando la quota di fonti rinnovabili al 30 per cento. Questo significa che l’altro 70 per cento dei consumi dovrà essere coperto ancora da combustibili fossili (principalmente da gas ma anche da petrolio e carbone). Se vincerà il sì al referendum saranno tutti fossili importati da altri paesi». Per Tommasi la produzione di gas e petrolio italiano a chilometro zero è un’opzione migliore per l’ambiente locale e globale rispetto a quella degli idrocarburi importati da paesi lontani: «Oltre a evitare i costi ambientali dei trasporti, l’industria estrattiva nazionale eccelle nelle tecnologie per la prevenzione di danni ambientali e per la sicurezza delle condizioni di lavoro».

Secondo Borghini, quelle degli ambientalisti come Emiliano che hanno proposto di sostituire il contributo energetico fornito dalle piattaforme con l’eolico sono boutade a cui si può rispondere solo con altre boutade. «Sa cosa significherebbe? Vorrebbe dire che, solo per soddisfare il fabbisogno energetico pugliese, dovremmo piantare una fila di pale da Roma Nord a Milano Rogoredo». 

Fonte: Tempi

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