Per Piergiovanni Alleva il “jobs act” è la peggiore legge di sempre

Per Piergiovanni Alleva il “jobs act” è la peggiore legge di sempre

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Lo scorso 21 novembre in una intervista che è stata pubblicata su “Fuori Pagina”, Piergiovanni Alleva, giurislavorista italiano, ha criticato pesantemente il “job acts”. Ecco alcune parti delle sue dichiarazioni.

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Il professor Alleva, che ha insegnato diritto del lavoro sia nell’università di Bologna che in quella di Ancona definisce il Jobs Act varato dal governo Renzi “La peggior legge varata nel dopoguerra”, che può provocare un salto indietro di almeno 50 anni. Secondo il professor Alleva, questa legge permette una “sistematica” distruzione di quei diritti che permettevano ai lavoratori del nostro Paese di possedere una dignità. Secondo il giurislavorista, viene abolito l’articolo 18 dello Statuto, senza il quale i lavoratori italiani sono privati dei mezzi di difesa contro le sopraffazioni. Secondo l’opinione del professor Alleva quella del Jobs Act è un’operazione reazionaria molto particolareggiata.

Il giurislavorista la definisce un “attacco scientifico”, portato da parte della finanza speculativa che con questa mossa vuole ottenere la riduzione del costo del lavoro e nello stesso tempo la “spoliazione” dei diritti dei lavoratori con il fine ultimo della loro umiliazione. Il jobs act è in pratica la sommatoria di meno lavoro, di minore qualità, e con minori diritti; in altre parole, secondo il professor Alleva, un vero e proprio fallimento.

Per far questo, secondo il giurislavorista, il governo ha fatto ricorso ad un trucco “costosissimo”, che avrebbe successivamente permesso di vantare dei risultati positivi. Ha cioè dotato i nuovi contratti di lavoro, a tempo “indeterminato”, di un grande incentivo economico, togliendogli però le garanzie date dall’articolo 18. Questo ha permesso di “drogare” i numeri relativi ai contratti sottoscritti dopo l’adozione della legge, nel corso del 2015. Contratti che, in accordo a quanto stabilito dalla legge, potranno poi essere sciolti senza tutele per i lavoratori, sulla base di una semplice comunicazione e di un risarcimento in denaro, e perciò totalmente instabili, al contrario della definizione di “contratto di lavoro a tempo indeterminato”.

Il professor Alleva ha puntato il dito anche sul costo dell’operazione, quantificando che gli 8mila euro l’anno, cioè un totale di 24mila per i tre anni di “decontribuzione” a favore dei datori di lavoro, sono un vero e proprio “furto di denaro pubblico”, per di più eseguito senza che ci sia alcun controllo da parte degli ispettorati dell’Inps. L’unica condizione necessaria perché si potesse applicare questo tipo di assunzione era che il lavoratore che doveva essere assunto, risultasse senza un contratto di lavoro “a tempo indeterminato” nei sei mesi precedenti la firma di quello nuovo. Condizione che è stata inserita nella legge proprio per evitare che i datori di lavoro effettuassero dei licenziamenti, seguiti immediatamente dopo da nuove assunzioni con i contratti con la decontribuzione. La stessa decontribuzione viene invece applicata a chi vede trasformato il contratto di lavoro di apprendistato, o “a tempo determinato” in contratto a tempo indeterminato. Con questo sistema sono stati registrati, su un totale di 1,4 milioni di nuovi contratti nel corso del 2015, circa 500mila trasformazioni da “tempo determinato”, in indeterminato, e 100mila trasformazioni da contratti di apprendistato.

Un’operazione che secondo Alleva ha praticamente fatto un “regalo” da 10 miliardi complessivi agli evasori, ed ha permesso al governo Renzi di divenire il paladino della lotta al precariato. E nel 2016, dopo il boom dell’anno precedente, con tutte le trasformazioni, il numero dei nuovi contratti è infatti in diminuzione.

 

 

 

Il team di BreakNotizie

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