Pensioni sempre più basse: ecco quanti soldi prenderemo…

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Per chi ha iniziato a lavorare nel 1995 non esistono più i paracaduti pubblici. Un trentenne che oggi prende mille euro netti di stipendio e con meno di 40 anni di contributi percepirà una pensione di 400 euro al mese. Ecco tutti i calcoli esatti

I trentenni di oggi non dormono sonni tranquilli. Per il loro futuro lo Stato, o meglio l’Inps, sta preparando pensioni davvero ridicole.

Se oggi i pensionatiu più poveri possono contare su un assegno da 500 euro al mese, un domani i minimi saranno ancora più magri. Un trentenne che oggi guadagna mille euro al mese potrebbe arrivare al massimo a una pensione da 400 euro al mese dopo quarant’anni di contributi. Un taglio di circa il 20% davvero preoccupante se si tiene in considerazione i dati sul mercato del lavoro, sul costo della vita e sui continui tagli del governo agli ammortizzatori sociali. Come spiega il CorrierEconomia, infatti, “chi smette di lavorare troppo presto rischia un taglio del 20% sulla copertura dell’ultimo stipendio”.

Nell’allegato del Corriere della Sera, Roberto Bagnoli fa i conti in tasca ai futuri pensionati. Perché i futuri poveri sono i trentenni di oggi. È a loro che l’Inps sta preparando un’amara sorpresa. Un dipendente che oggi ha unreddito netto mensile di mille euro e che accumulerà forti buchi contributivi, prenderà appena 408 euro netti il mese. Si tratta di quasi 100 euro in meno della soglia minima attualmente in vigore. Un autonomo nella stessa situazione arriverà ad appena 341 euro netti il mese. Le simulazioni realizzate dalla società di consulenza Progetica sipingono uno scenario a dir poco allarmante. “Si tratta tipicamente di chi riesce a mettere insieme tra i venti e i trentacinque anni di contribuzione, invece degli oltre quaranta richiesti, e ha un reddito di mille euro netti il mese – spiega Andrea Carbone, partner di Progetica, aCorrierEconomia – per questi lavoratori la pensione raramente supererà i cinquecento euro il mese: a differenza dei cinquantenni delle simulazioni, che hanno iniziato prima della legge Dini del 1995, non avranno alcun paracadute. Il sistema contributivo, infatti, non prevede l’integrazione al minimo, che negli esempi porta a un vitalizio di cinquecentodue euro netti al mese”.

Secondo le elaborazioni di Progetica, “un trentenne che ha appena cominciato a lavorare con un reddito netto di mille euro al mese, a 65 anni e nove mesi avrà un vitalizio di 514 euro (cioè il 51%) se la suaretribuzione rimane stabile nel corso del tempo e il nostro paese non esce dalla recessione in cui si dibatte da molti anni. L’assegno salirà 600 euro (pari al 60%) se staccherà a 69 anni e un mese”. Se invece arriverà a guadagnare duemila euro netti il mese, otterrà un vitalizio tra i 743 euro netti al mese (il 37% dell’ultimo reddito) e gli 858 (il 43%) a seconda della crescita economica del Belpaese.

Non va certo meglio a quarantenni e cinquantenni. “Anche se si staccherà più tardi, la coperta della pensione sarà sempre più corta”, fa notare Progetica ricordando come l’andamento del pil e della carriera incidono pesantemente sul vitalizio. Per un quarantenne che lavora vent’anni sui 43 richiesti la pensione si aggirerà intorno ai 359, mentre per uno che ne lavora venticinque su 43 l’assegno sarà di  428. Salirà invece a 500 e a 572 euro per un quarantenne che arriverà a lavorare 30 e 35 anni sui 43 richiesti. Per quanto riguarda i cinquantenni, invece, chi lavora 20 e 25 anni su 43 potrà contare su un vitalizio di 502 euro al mese, mentre chi lavora 30 avrà 555 euro e chi lavora 35 anni 633 euro. Insomma, c’è poco da stare allegri.

 

 

 

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