Medio Oriente e guerra al terrore: tutte le contraddizioni degli Stati Uniti dal 2001 ad oggi

Medio Oriente e guerra al terrore: tutte le contraddizioni degli Stati Uniti dal 2001 ad oggi

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L’interventismo militare degli USA negli ultimi anni ha avuto come unico effetto quello di indebolire il proprio welfare e di acuire i già laceranti conflitti in Medio Oriente.

Sono passati 16 anni da quando gli Stati Uniti, allora guidati da George W. Bush junior, intervennero prima in Afghanistan e poi in Iraq in risposta agli attacchi dell’11 settembre: da allora, tutte le diverse amministrazioni che si sono succedute hanno perseguito quella linea interventista, partecipando ai vari conflitti esplosi in Medio Oriente e nell’Africa del Nord. Tuttavia, dopo l’effimera speranza suscitata dalle primavere arabe, oggi l’Europa deve affrontarne le conseguenze, accogliendo milioni di migranti in fuga da quei Paesi mentre gli stessi USA pagano il prezzo di una guerra continua con minori risorse a disposizione per il welfare e un servizio sanitario nazionale che non tutela tutti.

LA GUERRA COME PRIORITÀ NAZIONALE – Nel corso di questo lungo periodo ci si è chiesti spesso come mai i cittadini americani abbiano accettato che il loro Paese sostenesse ingenti costi per finanziare l’apparato militare a scapito ad esempio della Social Security. In realtà, sarebbe troppo semplice puntare il dito solo contro il sistema dei media che fa della “guerra al terrore” la priorità nazionale: la verità sta nel fatto che, in maniera surrettizia, negli anni si è diffusa la convinzione che gli interventi americani in Medio Oriente siano stati l’inevitabile conseguenza dei tragici eventi dell’11 settembre, anche oggi che al-Qaida non viene più vista come “il nemico pubblico numero uno”.

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L’ESPORTAZIONE COATTA DELLA DEMOCRAZIA – Proprio il conflitto in Siria è la cartina al tornasole che evidenzia le contraddizioni di cui gli Stati Uniti sono portatori. Innanzitutto, nonostante i propositi umanitari spesso sbandierati, anche dietro questa guerra vi sono forti pressioni da parte di lobby spesso decisive nell’elezione alla Casa Bianca del presidente di turno e che guardano con interesse al fatto che il budget messo a disposizione da Washington per le forze militari surclassi addirittura il PIL di alcuni stati. Inoltre, non è mai venuta meno dal 2001 ad oggi la convinzione da parte dell’establishment neo-con (e, in certi casi, anche democratico) che gli USA siano unilateralmente investiti dell’autorità per “esportare la democrazia in tutto il mondo”.

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IL NODO ISRAELIANO – Non ultimo, nel caso della Siria un ruolo preponderante lo gioca Israele, storico alleato americano e che guarda con interesse a un nuovo intervento nell’area per continuare la propria politica di espansione in funzione anti-iraniana. Proprio il controverso legame tra Washington e Tel Aviv rende impossibile pensare a una soluzione a medio-breve termine; anzi, nel “worst case scenario”, ovvero la peggiore delle ipotesi, alcuni paventano un possibile conflitto nucleare tra Israele e Iran che coinvolgerebbe, in una reazione a catena, anche le principali potenze mondiali. Fino a quando la situazione israeliana influenzerà la politica estera statunitense in funzione dei propri interessi (creando invece un solco sempre più profondo con Cina e Russia, partner fondamentali per garantire certi equilibri geopolitici), non ci sarà mai vera pace per il Medio Oriente.

 

 

 

Il team di BreakNotizie

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