Matrimoni precoci nei campi rom

Matrimoni precoci nei campi rom

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Spose bambine negli insediamenti nomadi alle porte delle grandi città. Associazione 21: “Gli operatori sociali sono complici”.

Certe cose siamo convinti che accadano solo nei Paesi estremamente poveri e meno civilizzati, come il Niger, l’India e il Bangladesh. Quando si scopre, invece, che i matrimoni precoci vengono celebrati anche nelle periferie delle nostre città, laddove famiglie intere hanno messo in piedi degli imponenti campi rom che nessuno osa sgomberare, non si può fare a meno di rimanere a bocca aperta. Eppure è proprio questa l’orribile realtà fotografata dall’Associazione 21, che la scorsa estate, al Campidoglio, ha chiamato a raccolta tutti i cittadini della Capitale per presentare il nuovo rapporto “Uscire per sognare. L’infanzia rom in emergenza abitativa a Roma“.

Tante, troppe se vogliamo, le notizie sconcertanti che si apprendono sfogliando le sette pagine di questa relazione. Ma la più raccapricciante è appunto quella che riguarda le nozze precoci tra gli abitanti del campo rom. Sono tantissime, secondo quanto scoperto dall’Associazione 21, le spose bambine costrette a infilarsi una fede al dito per volere dei genitori. Prima ancora di sapere cosa sia l’amore e come funzioni il sesso, prima ancora di aver ricevuto un’istruzione che consenta loro di crearsi un futuro, le bimbe rom si trasformano in delle mogli modello, pronte ad esaudire qualunque richiesta o desiderio avanzato dal marito. Come se fosse tutto assolutamente normale, come se metter su famiglia in un’età in cui si dovrebbero frequentare le scuole medie fosse una pratica giusta e diffusa. Non è così, per fortuna. Il matrimonio precoce è ancora una piaga dei soli popoli particolarmente poveri, come quello rom appunto, che fanno convolare a nozze i loro figli prima del tempo per avere una bocca in meno da sfamare.

A scandalizzare gli esponenti dell’Associazione 21, tuttavia, non è la celebrazione del rito in sé, quanto il silenzio dei mediatori e degli operatori sociali. Trattandosi di un atto espressamente proibito dall’ordinamento giuridico del Bel Paese, i rom dovrebbero essere puniti. E invece no, nessuno se ne occupa, sostenendo che si tratti di una tradizione culturale tipica delle popolazioni rom e che, in quanto tale, non possa essere in alcun modo condannata. Sarà, ma come mai si finge di ignorare quali ripercussioni psicologiche e fisiche possa avere un matrimonio prematuro sulla crescita di una bimba? È normale che siano costrette ad abbandonare le scuola e rinunciare all’istruzione per lavare i panni della famiglia e cucinare il pranzo, perdendo per sempre la possibilità di assaporare le emozioni e le esperienze tipiche dell’adolescenza?

Ma non è finita qui. Il rapporto accende i riflettori su molte altre problematiche registrate all’interno dei campi rom, prima di tutto le malattie, che spesso portano alla morte in età decisamente giovane. Accamparsi in riva ai fiumi per ovviare all’emergenza abitativa significa, infatti, andare inevitabilmente incontro a patologie infettive gravissime, che nel giro di pochi giorni possono essere contratte da buona parte dei rom: parliamo della tubercolosi e della scabbia, tra le più comuni, ma gli zingari, per via delle condizioni estreme in cui vivono, sono spesso soggetti ad infezioni micotiche, virali e veneree. Ed è questo il motivo per cui l’aspettativa di vita media delle popolazioni rom è di dieci anni in meno rispetto a quella cui vanno invece incontro gli italiani.

 

 

Il team di BreakNotizie

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