Il marketing del “senza”: l’altra faccia del salutismo

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Siamo davvero liberi di scegliere consapevolmente i prodotti che acquistiamo o siamo fortemente condizionati da dei falsi preconcetti alimentati dalla disinformazione?

Da qualche anno a questa parte nei messaggi pubblicitari riguardanti il cibo prevale la tendenza ad esaltare i prodotti con ha la peculiarità del “senza”. Senza olio di palma, senza glutine, senza grassi aggiunti, senza zuccheri, e così via. Posto il fatto che sia giusto specificare la presenza o meno di eventuali allergeni in un alimento, occorre anche dire che è sorta nel consumatore medio la convinzione che il “senza” dichiarato sull’etichetta sia sinonimo di salute e qualità. Purtroppo la realtà è ben diversa.

“Senza” non è sinonimo di Sano

Il fenomeno è partito dagli Stati Uniti, dove grazie ad abili manovre di marketing, l’ossessione per il “senza” si è diffusa rapidamente sino a noi. Con la furba dicitura “senza” si cerca di imporre al consumatore un’idea rassicurante di salute che guida le nostre scelte, con l’aiuto anche di affermazioni evocative ed immagini che stimolano il nostro senso di benessere. Tramite le analisi comportamentali dei consumatori le imprese alimentari sono riuscite a sfruttare questi aspetti a loro vantaggio.

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Pura strategia di mercato

Le motivazioni di fondo sono indubbiamente commerciali ma la dicitura “senza”, come dimostrato da numerose ricerche, fa sì che il consumatore si illuda di migliorare il proprio stato di salute. Basterebbe invece leggere con attenzione la tabella nutrizionale sulle confezioni per capire che spesso l’ingrediente che manca è stato sostituito con un altro, magari meno conosciuto e non per forza salutare. Sembrerebbe una sorta specchietto per allodole, in realtà fa parte della strategia di mercato. Le aziende cercano di fornire ai consumatori determinati prodotti (più o meno buoni e salutari) e studiando le loro abitudini cercano di convincerli ad acquistarli.

Il caso dell’olio di palma

L’aspetto che più preoccupa è il fatto che non siamo mai stati così ossessionati dai prodotti caratterizzati dal “senza”. Ciò non riguarda soltanto le persone fisiche ma anche le imprese ormai. Ad esempio, se si prende in considerazione uno dei “senza” più eclatanti, l’olio di palma, l’impressione generale è che la sua esclusione da moltissimi prodotti alimentari non sia – nella maggior parte dei casi – la conseguenza di una questione etica, medico- scientifica o di mercato ma piuttosto il risultato dell’imposizione di un’idea: il salutismo.

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Salutismo a tutti i costi: dove finisce la libertà?

Il salutismo ai giorni d’oggi viene promosso da un più folto gruppo di “attivisti” e associazioni, contro o a favore di un particolare ingrediente. Pur trattandosi di una minoranza sta pian piano riuscendo ad imporre una vera e propria “agenda alimentare” a moltissimi consumatori. Ciò è possibile attraverso tre fattori. Il primo è che tali promotori del “salutismo” sfruttano la cosiddetta disinformazione emotiva che dilaga grazie alla diffusione di notizie false. Questo avviene soprattutto in Rete, dove trovano terreno fertile in un contesto culturale che non dà peso al metodo sperimentale ma che è più propenso a confermare le proprie aspettative ed ansie.

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Il secondo aspetto è che purtroppo anche i media preferiscono fare leva sull’emotivo collettivo pur di fare audience, anziché preoccuparsi di verificare le fonti e fare confronti. Le aziende si trovano così investite da questa marea di informazioni ed agisce di conseguenza, convincendosi che escludere uno o più ingredienti dal proprio prodotto sia la scelta giusta per i consumatori. In realtà è quella peggiore: si preclude al consumatore la libertà di scegliere, negandogli il diritto di conoscenza. Tutto ciò a favore di una “verità” preconfezionata decisa da altri nel nome del bene collettivo, o meglio, della concezione di “salute” di una stretta cerchia. La conoscenza invece dovrebbe guidare la libera scelta di una persona, da qui il mercato e la concorrenza.

Il Team di BreakNotizie

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