L’Italia rischia presto di divenire il fulcro della contesa fra i principali blocchi geopolitici

L’Italia rischia presto di divenire il fulcro della contesa fra i principali blocchi geopolitici

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Lacerata da crescenti divergenze economiche e dispute fra paesi membri, l’Europa aumenta la propria insofferenza verso l’influenza americana, sempre più vissuta come coercitiva, e diventa così teatro di contese e rivalità geopolitiche di fondamentale importanza. In questo contesto l’Europa rappresenta l’ago della bilancia che potrebbe far pendere da una parte o dall’altra gli equilibri di potere, tanto da rappresentare presumibilmente per gli Stati Uniti la più grave “minaccia”.

Di fronte alla prospettiva di una Europa a guida tedesca e disallineata che possa contribuire al materializzarsi dei peggiori incubi geopolitici d’oltreoceano, la formazione di un asse eurasiatico e il superamento del dollar standard, gli Usa potrebbero plausibilmente innescare, avendone i mezzi, la crisi definitiva dell’euro, determinando però uno scenario i cui risvolti sono imprevedibili e non necessariamente a vantaggio esclusivo degli Stati Uniti.
L’Italia in particolare rischia di ritrovarsi ad essere il fulcro della contesa fra i principali blocchi geopolitici e della stessa tenuta dell’unione monetaria.
Nel nuovo caotico contesto geopolitico, caratterizzato da un incipiente multipolarismo che si articola su veri e propri fronti di guerra, alleanze ed accordi commerciali, la chiave di lettura che sembra riportare il tutto a un certo quadro di coerenza andrebbe ritrovata nella strategia americana di contrasto alla formazione di un asse eurasiatico. Il progetto di integrazione economica, infrastrutturale ed energetica fra UE, Russia e Cina inerente alle cosiddette “Nuove Vie della Seta” rappresenta una eresia geopolitica ben radicata nel pensiero strategico anglosassone [1] e che ha prodotto la decisa reazione a cui stiamo assistendo nelle sue varie emanazioni.
La missione politica e militare dell’America nell’era post guerra fredda è stata quella di assicurare che nessuna potenza rivale potesse emergere in Europa ed in Asia.
Questo è quanto riportato nel documento di 46 pagine (le cui ambizioni egemoniche confluirono successivamente nel Project For a New American Century-PNAC) redatto dal Dipartimento della Difesa sotto la supervisione di Paul Wolfowitz, di cui rendeva conto il New York Times in un articolo del 1992 [2].
In esso si sostiene la necessità di «convincere i potenziali rivali a non aspirare a un più importante ruolo o ad una postura più aggressiva nel proteggere i loro legittimi interessi». Per perpetuare questo ruolo, gli Stati Uniti dovevano «tenere sufficientemente conto degli interessi delle nazioni industriali avanzate per scoraggiarle dallo sfidare la nostra leadership e cercare di rovesciare l’ordine politico ed economico stabilito».
Giacché, come spiegava anche Zbignew Brzezinski nel suo La Grande Scacchiera del 1998, il primato globale dell’America è direttamente legato alla sua supremazia nel continente eurasiatico, se la presa americana in terra eurasiana si allentasse, la sua egemonia sarebbe in pericolo.
Il ragionamento strategico americano ha dunque come obbiettivo fondamentale ostacolare ogni sostanziale tentativo di integrazione fra gli stati fondamentali europei e la Russia, facendo retrocedere quest’ultima e mantenendo l’Europa in una condizione di subordinazione e come testa di ponte americana in Eurasia.
L’Europa, tormentata dalla crisi e dallo spettro della fine del sogno unitario, è dunque la pedina fondamentale di questo gioco. Frustrata nella propria volontà di guardare ai propri interessi e di ritagliarsi un ruolo autonomo nelle dinamiche aperte di un mondo in piena trasformazione, aumenta la propria insofferenza verso gli Stati Uniti, a cui è vincolata da forti legami economici e militari.
Un Europa fragile ma fondamentale nella partita geopolitica mondiale
L’evoluzione della crisi ha dimostrato come gli Stati dell’Unione Europea, soprattutto quelli della periferia, siano subordinati non solo al capitale finanziario internazionale, ma anche alla potenza egemonica europea, la Germania.
Come ha argomentato l’economista Paolo Savona [3], la Germania sta gettando le basi economiche per un Quarto Reich o, per metterla come lo storico francese Emmanuel Todd, la strategia tedesca è quella di “sottomettere” gli stati indebitati del Sud, integrare le economia dell’Est Europa nel proprio sistema produttivo e riservare qualche briciola al sistema bancario francese.
Mossa da una crescente idea di sé e da una rappresentazione diminutiva della potenza russa, l’appoggio della Germania guidata da Angela Merkel all’offensiva antirussa sarebbe invece da leggere come il tentativo di mettere in difficoltà Mosca ed estendere la propria influenza sul paese confinante ricco di risorse energetiche (è con la Cina il vero asse).
Tant’è che l’ossessione dei falchi americani per la Russia, determinata anche da anni di militanza anti comunista nella guerra fredda, non ha fatto percepire la rinascita di un “impero” tedesco, tale da permettere il compimento di una versione B dell’incubo americano di una riunificazione eurasiatica.
La sostanziale neutralità nei conflitti in Libia e Medio Oriente, la realizzazione del gasdotto North Stream ed il progetto per il suo raddoppio, le resistenze sul trattato transatlantico di libero scambio, così come il ruolo da mediatore assunto dalla cancelliera Merkel nel contenzioso ucraino, sono evidenti segnali di una crescente insofferenza tedesca verso l’influenza statunitense in Europa. I casi Volkswagen e Deutsche Bank sono con molta probabilità degli attacchi al cuore industriale e finanziario della Germania lanciati da oltreoceano a scopo intimidatorio.
In questa strategia l’Italia svolge un ruolo strumentale di primaria importanza. Il malcontento italiano per il trattamento iniquo riservatoci su vari questioni, dai salvataggi bancari ai vincoli di bilancio, dagli immigrati ai gasdotti, viene strumentalizzato dagli USA in funzione anti tedesca. Il veto italiano posto legittimamente al raddoppio del North Stream, che farebbe transitare dalla Germania tutto il gas russo diretto in Europa, è stato funzionale agli interessi americani, specie se contestualizzato al rifiuto espresso da Matteo Renzi di far partecipare ENI al consorzio per la sua realizzazione [4] e al mancato rilancio del South Stream che invece avrebbe fatto dell’Italia un hub strategico per il Sud Europa.
La situazione dell’Italia è estremamente delicata e la sua condotta rischia di scontentare non solo i tedeschi, che vedono nell’Italia l’espressione dell’interesse americano, ma anche i nostri più forti alleati oltreoceano che richiedono totale obbedienza e con tutta probabilità non gradiscono le iniziative filorusse di Renzi per la revoca delle sanzioni, né quelle rivolte alla stabilizzazione della Libia con il coinvolgimento della Russia [5], trovata che ha infastidito anche i francesi che continuano a perseguire le loro ambizioni [6] neocolonialiste in Nord Africa. Tant’è che Giulio Sapelli parla di inizio della “campagna d’Italia” con riferimento ad una sempre maggiore convergenza tra Francia e Germania in funzione anti-italiana [7].
L’Italia rischia di ritrovarsi ad essere il fulcro della contesa fra i principali blocchi geopolitici e della stessa tenuta dell’unione monetaria. In questo senso è lo strumento prediletto degli Stati Uniti per annichilire un’Europa disallineata che vedono potenzialmente come la più grave minaccia sia per la sua tendenza all’integrazione con il blocco rivale, sia per il superamento del sistema del dollaro.
«L’unica entità in grado di sfidare gli Stati Uniti nel prossimo futuro è l’Unione europea» sosteneva il docente ed ex funzionario Joseph Nye [8]. «Chi assomiglia maggiormente a un avversario paritetico degli Stati Uniti all&#

39;inizio del XXI secolo, è l’Unione Europea» e la ragione di un suo allontanamento dagli Stati Uniti è «la mancanza di una minaccia comune».

Sempre secondo Nye tanto più l’atteggiamento degli USA sarà arrogante e unilaterale, tanto più l’Europa vorrà ridurre il suo gap soprattutto dal punto di vista militare e non concederà il supporto necessario alla politica estera statunitense.
L’Unione Europea costituisce la prima economia industriale del pianeta ed è centrale come polo tecnologico, oltre ad avere la rete più potente e sviluppata di PMI ad alta tecnologia. La relativa stabilità politica e l’esistenza di mercati finanziari aperti e ben sviluppati, nonché l’esistenza di un vasto mercato interno da 500 milioni di consumatori, farebbero della sua moneta un pilastro fondamentale di un nuovo ordine monetario basato su un paniere di valute, dal momento che i BRICS non hanno ancora da soli la capacità di determinare un simile cambiamento sistemico.
Il ruolo centrale del dollaro nel sistema monetario è il vero tallone d’Achille dell’impero americano ed è lì che probabilmente i nuovi rivali punteranno per minarne le fondamenta. La ricostituzione delle riserve auree da parte di Cina e Russia, la creazione della Banca Asiatica per le Infrastrutture e gli Investimenti (AIIB) e la Nuova Via della Seta [9] sono iniziative che sfidano apertamente la capacità americana di determinare le regole economiche internazionali e il sistema del dollaro, creando nuove aree di cooperazione economica che esulano da esso [10].
Alla luce delle occasionali convergenze economiche e politiche dei paesi europei con il blocco emergente, l’UE e l’Euro potrebbero essere attori centrali nel ridimensionamento del predominio finanziario degli Stati Uniti nella costruzione del continente euroasiatico che sarà attraversato da moderne vie della seta.
I sostenitori dell’impostazione geopolitica di “vecchio” stampo anglosassone che sembrano guidare la politica estera a stelle e strisce, potrebbero plausibilmente determinare, avendone i mezzi, lo sgretolamento dell’Euro qualora un’Europa disallineata e a guida tedesca contribuisse a materializzare i loro peggiori incubi geopolitici.
Una dissoluzione incontrollata dell’Euro determinerebbe un collasso devastante dei mercati di tutti i suoi paesi membri, Germania inclusa, la quale verrebbe così colpita nelle principali criticità della sua economia: fragilità del sistema bancario [11] e dipendenza dalle esportazioni [12].
L’Europa verrebbe catapultata ad una situazione politica paragonabile a quella degli anni Trenta, con la conseguente recrudescenza di vecchie ostilità ed egoismi che già oggi si vedono riemergere. Paradossalmente quindi, la fine dell’Euro potrebbe essere determinata non tanto dalla sua debolezza quanto piuttosto dalla sua forza minacciosa agli occhi degli USA.
I risvolti di un simile scenario sono imprevedibili e non è probabile che vadano a vantaggio esclusivo degli Stati Uniti.
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Enrico Ferrini – @Enry Ferro  (FB & Twitter)

 

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