L’Italia e i tanti soldi dati a ISIS per liberare gli ostaggi

L’Italia e i tanti soldi dati a ISIS per liberare gli ostaggi

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Al contrario di quanto dichiarato negli anni dai diversi ministri alle Politiche Estere che si sono avvicendati al governo del nostro Paese, sarebbero 75 i milioni di euro che lo stato italiano avrebbe ceduto allo Stato Islamico in cambio della liberazione degli ostaggi a partire dal 2003.


Questo è quanto emerge da un articolo del quotidiano Il Tempo, basato in particolare sulle dichiarazioni del leader di uno dei gruppi armati che si contendono il predominio sulla città siriana di Aleppo.

A dispetto di quanto sostenuto dal Ministro degli Esteri Paolo Gentiloni a proposito della liberazione delle due cooperanti nostre connazionali Vanessa Ramelli e Greta Marzullo, rilasciate il 15 gennaio scorso, l’Italia ha pagato perché venissero riconsegnate all’ambasciata, e parecchio: dalle indiscrezioni siriane, infatti, il governo avrebbe sborsato nelle casse di ISIS ben 11 milioni di euro, versati dagli agenti della nostra intelligence presenti in loco direttamente ai miliziani coinvolti nel rapimento e nei successivi negoziati, tanto che uno dei leader delle truppe armate sarebbe stato condannato per aver tentato di mettersi in tasca l’intera cifra ricevuta per le due ragazze.
Nella realtà sembra che dopo la consegna del denaro, questo sia stato diviso tra i vari gruppi armati che si contendono la Siria, finanziando i vari signori della guerra locali.

Ma stando a quanto riportato dal giornale Il Tempo, il riscatto di Greta e Vanessa sarebbe solo l’ultimo di tanti: basti pensare al rilascio delle due cooperanti Simona Torretta e Simona Pari, vittime di un sequestro lampo in Iraq nel 2004, che sarebbero state liberate dopo la consegna di un riscatto di un milione a testa, la stessa cifra versata dall’Italia per i due tecnici rapiti l’anno scorso in due aree diverse della Libia.
Quattro milioni, invece, e quattro milioni e mezzo sarebbero rispettivamente costati allo stato italiano i due rilasci del giornalista de La Stampa rapito nel 2013 in Siria, e della giornalista de Il Manifesto, Giuliana Sgrena, liberata dopo essere stata nelle mani dei jihadisti iraqueni nel 2005 con una delicata operazione dei servizi segreti nostrani che causò il ferimento della donna e costò la vita al dirigente del SISMI Nicola Calipari.
Se si pensa che dal 2003 gli italiani che sono stati vittime di rapimenti ad opera di gruppi armati arabi sono 19, il conto del totale versato in euro alle casse delle milizie sale vertiginosamente.

A smentire le asserzioni del Ministro Gentiloni sull’estraneità assoluta dell’Italia a pagamenti ai jihadisti sono gli esponenti del gruppo armato Nour al-Din al-Zenki, che ha divulgato gli atti del processo tenuto per giudicare il miliziano che aveva tentato di trafugare l’intero malloppo consegnatogli dai servizi segreti per l’operazione dello scorso gennaio.

Il pagamento, inoltre, risulta ancora più grave dal momento che i soldi versati vanno a finanziare uno dei gruppi più sanguinari e più agguerriti negli attacchi ai cristiani residenti in Siria e ad Aleppo nel particolare, città dove Nour al-Din al-Zenki è particolarmente attiva.
Non è un mistero, inoltre, che sia una delle forze arabe finanziate dalla Cia, l’unica salariata anche dopo la sospensione degli appoggi a tutti gli altri gruppi siriani decisa da Washington nel dicembre scorso.

Un gruppo prezioso, quindi, anche per l’Italia, che gli ha regalato solo nell’ultimo anno ben 11 milioni di euro.

Il team di BreakNotizie

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