Le nuove frontiere sociali del cibo: fra obbligo morale e dipendenza

Le nuove frontiere sociali del cibo: fra obbligo morale e dipendenza

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Mangiare è uno dei piaceri della vita, ma che succede quando il cibo diviene una vera e propria droga?


La dipendenza comincia già da presto, durante l’infanzia, e prosegue e si mantiene col consumo di piatti che stimolano particolarmente le papille gustative, inducendo un senso di benessere di cui poi si diventa schiavi. Si tratta di cibi contenenti sale, glutammato, caseina, zuccheri, aromi ed edulcoranti, molto spesso low cost e dunque pericolosamente alla portata della maggior parte delle persone. In questi ultimi 50 anni, complice il benessere ed il consumismo sfrenato, il nostro rapporto col cibo è cambiato sostanzialmente.

Quante volte, da bambini, ci si sarà sentiti ripetere frasi come:
Pensa ai bambini che muoiono di fame e finisci quello che hai nel piatto!” oppure “Mangia tutto, perché il cibo non si butta via!“.
La paura congenita di mamme, nonne e affini di lasciarci senza cibo o di vederci morire di fame è quasi sempre stata la chiave di volta per convincerci a mangiare. L’ossessione per il cibo comincia sin da subito nella nostra vita e, spesso col benestare del pediatra, si dipana lungo un percorso lastricato di snack, biscotti e merendine. Feste, cerimonie, ricevimenti: ogni evento è puntualmente suggellato con del cibo. E, naturalmente, più importante sarà l’occasione, più ricche e succulente saranno le diverse portate.

Oggigiorno sembra quasi che si viva per mangiare e non il contrario. Il digiuno invece viene demonizzato e guardato quasi con terrore: inevitabile nell’era della “cultura alimentare”. Il cibo infatti non è più solo fonte di energia per il nostro organismo ma un rito del palato. E in nome di questo spesso si sacrifica la propria salute, ma anche quella altrui.

Trascorriamo le nostre esistenze nervosi e indaffarati, intenti ad assolvere i numerosi impegni della giornata nel minor tempo possibile. Gli unici momenti che restano per stare un po’ insieme sono sempre in presenza di cibi o bevande: ci si vede in genere durante i pasti principali, o per un caffè, o qualsiasi altro sfizio calorico. La grande varietà di cibo ha sostituito la cura reciproca e l’ascolto. E l’affetto lo misuriamo col cibo. “Cucino per te, dunque ti voglio bene” oppure: “Mangiamo insieme, allora ci vogliamo bene“. Ascoltarsi, conoscersi, capirsi sono solo azioni che fanno da cornice ad un pressante e sbandierato bisogno di mangiare. Come se lo stomaco avesse preso il posto del cuore.

Incontrarsi senza mangiare, ma solo per il piacere di stare insieme è ormai evento raro, se non un tabù. Mai parlare di sè stessi, delle proprie fragilità ed insicurezze: troppo imbarazzante ed impegnativo, meglio parlare del menù, salvo poi non sapere cosa c’è dietro alcuni cibi così saporiti ed invitanti.
E chi da questa tendenza si discosta viene bollato come strano, sbagliato, inadeguato. Chi opta per scelte alimentari più sane poi, spesso deve pagare il prezzo della derisione e dell’emarginazione. Perché non ci si può non conformare alla lobotomia indotta dal cibo e al diktat del sillogismo: aggregazione sociale = mangiare. Magari non in maniera sana ma ciò poco importa, no? L’uomo in quanto animale sociale non può esimersi dall’onere del mangiare, a costo di farsi del male.

Questo le grandi aziende alimentari lo sanno bene ed è grazie a ciò che portano avanti il proprio impero economico, spingendo il maggior numero di consumatori a conformarsi, pena la paventata morte per fame. O peggio ancora, per solitudine.

Il team di BreakNotizie

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