Le criticità della nuova legge costituzionale: la vittoria del “Sì” al referendum minaccia la democrazia

Le criticità della nuova legge costituzionale: la vittoria del “Sì” al referendum minaccia la democrazia

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Ecco i punti più controversi della riforma costituzionale: se vincerà il fronte del “Sì”, la tenuta democratica del Paese sarà in pericolo.

Manca poco alla data spartiacque del 4 dicembre, quando i cittadini saranno chiamati a decidere le sorti della cosiddetta “Renzi-Boschi” attraverso il Referendum Costituzionale. La controversa proposta di riforma, contenuta nella legge costituzionale approvata il 12 aprile scorso, sarà sottoposta al giudizio di milioni di italiani che si esprimeranno in merito alle “disposizioni per il superamento del bicameralismo paritario, la riduzione del numero dei parlamentari, il contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni, la soppressione del CNEL e la revisione del Titolo V della parte II della Costituzione”. Da tempo, tuttavia, i promotori del “No” sono scesi in piazza e hanno dato vita a una campagna volta a evidenziare le storture della riforma, dato che ad essere in gioco è la tenuta democratica dello Stato. Cosa accadrebbe se vincesse il fronte del “Sì”?

LO “SVUOTAMENTO DEMOCRATICO” – Una delle più manifeste criticità è il carattere salvifico con cui la riforma è stata pubblicizzata dall’esecutivo. Non convince la tanto strombazzata tesi secondo cui la revisione della Costituzione sia improcrastinabile per il semplice motivo che, in precedenza, dei tentativi simili erano andati a vuoto. Inoltre, il fatto che alti “papaveri” di società finanziarie quali J.P. Morgan si siano espressi a favore, dopo aver affermato che “le Costituzioni nate dalle esperienze antifasciste sono una zavorra”, proietta un’ombra davvero sinistra sulla legge. Perché gli interessi di questi “poteri forti” convergono tutti sul sostegno alla legge? L’obiettivo, nemmeno tanto occulto, è lo “svuotamento delle istituzioni democratiche”, rendendo gli organi istituzionali meno rappresentativi delle istanze di un popolo a cui spetterebbe la sovranità. Coloro che si sono mobilitati contro la “Renzi-Boschi” hanno intuito la portata disastrosa del nuovo assetto costituzionale: a venire privilegiate sarebbero delle mere logiche di mercato che prediligono un accentramento dei processi decisionali e l’eliminazione di qualsiasi “legaccio legislativo”.

LA “CLAUSOLA DI GARANZIA” – Tuttavia, non sono solamente le motivazioni di ordine etico-politico a rendere deficitaria la riforma. Dal punto di vista tecnico, il fronte del “No” critica anche la “revisione del Titolo V” che attribuirà delle competenze esclusive allo Stato in settori-chiave quali energia, trasporti, infrastrutture, beni culturali e perfino la Protezione Civile. Grazie alla famigerata “clausola di garanzia”, lo Stato interverrà in ambiti che non riguardano la legislazione esclusiva, avanzando pretestuosamente delle motivazioni legate alla “tutela dell’unità nazionale”. Non solo: realtà locali e comunità sparse lungo la penisola non saranno più tutelate nei confronti di decisioni prese a livello centrale e lontane da iniziative avanzate “dal basso“. Insomma, la clausola polverizzerà qualsiasi forma di concertazione tra il Governo e le Regioni, aumentando fatalmente quel gap che oggi è la causa dello “scollamento” tra istituzioni e territorio.

UNA MINACCIA PER LE ISTANZE “DAL BASSO” – Un esempio di ciò è quanto accaduto col referendum abrogativo del 17 aprile che riguardava “l’estensione delle concessioni per l’estrazione degli idrocarburi” in mare. In quel caso, il Governo si era addirittura espresso contro la partecipazione popolare: la stessa Boschi e altri ministri avevano invitato, attraverso una campagna denigratoria senza precedenti, a boicottare la consultazione nonostante questa nascesse come espressione di una rivendicazione popolare e su un tema di grande rilevanza ambientale. Attraverso la “clausola di supremazia”, i legittimi interessi territoriali verranno quindi a scontrarsi fatalmente con una esclusiva competenza statale. Insomma, tutto ciò che dovrebbe avere i crismi della eccezionalità diverrebbe invece una prassi pericolosa: invocando pretestuosamente “il carattere straordinario” di una situazione, il Governo sarà autorizzato a forzare la mano e a giustificare il proprio operato in virtù di stati di emergenza tutt’altro che conclamati.

 

 

 

Il team di BreakNotizie

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