Lavoratori autonomi e povertà: poche tutele, molte spese

Lavoratori autonomi e povertà: poche tutele, molte spese

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Quello dei lavoratori con partita Iva è sempre stato un settore particolarmente controverso.


Un tempo il mestiere autonomo era visto come una professione ricca di prestigio ed una vera e propria porta per il successo, oltre che per l’indipendenza economica. Nonostante questo settore fosse privo di alcune tutele rispetto a quello dei lavoratori dipendenti, il successo del quale godeva suggeriva che facesse ancora gola a molti. E, in fondo, i dati del successo erano tangibili e sotto gli occhi di tutti.
Con la crisi tutto è cambiato: il settore autonomo è diventato uno dei più tartassati dalla depressione economica, e anche le professioni che un tempo sembravano più remunerative (per esempio gli avvocati, i medici, i notai, architetti ed i giornalisti solo per citare le più note) sono sul lastrico.
Una situazione davvero deplorevole, soprattutto se si pensa che per giungere ad avere la qualifica necessaria per mettersi in proprio si è dovuto studiare e specializzarsi per anni ed anni, con sacrifici e utilizzando molto denaro.
Qualche spiraglio di luce sembra aprirsi con il Jobs Act, ma potrebbe essere ancora troppo poco per una categoria davvero sacrificata come quella dei lavoratori autonomi.

L’Adepp, “Associazione degli enti previdenziali privati”, ha stilato un preoccupante rapporto sui dati della crisi nel settore autonomo. In particolare un dato comune a tutti i lavoratori sembra essere quello della diminuzione costante del reddito: meno 21% per gli avvocati e per i consulenti del lavoro, meno 38% per i notai, e meno 12% per i giornalisti, mentre gli architetti arrivano al meno 17%.
Ma non è solamente il reddito basso a preoccupare gli autonomi, ma anche e soprattutto la mancanza di tutele per il loro lavoro.
Ad esempio i lavoratori con partita Iva non sono tutelati contro le malattie, anche in caso di patologie particolarmente gravi. Nessun reddito a sostegno che possa accompagnare queste fasi delicate, mentre risulta particolarmente alto il numero di professionisti che accusa problemi di salute (almeno due su tre), soprattutto a causa di ansia e di depressione.
Una delle possibili cause della vita stressante di un autonomo è la mole di lavoro, spesso spropositata, motivo per cui si finisce per lavorare anche oltre le 40 ore a settimana. Ben il 44,5% dei lavoratori con partita Iva denuncia il troppo lavoro, ed anche in questo caso non c’è alcuna tutela legale: si lavora di più ma si rischia di prendere sempre meno.

In questi termini il decreto delegato che sarà pronto a giorni, facente parte del Jobs Act, non offre certo una prospettiva rincuorante: non ci sarà alcun reddito minimo per gli autonomi. Rimane quindi la ferita aperta degli autonomi sottopagati, problema che nessun testo di legge fino a questo momento ha mai preso seriamente in considerazione.
In compenso però c’è anche qualche nota positiva: innanzitutto sono ammessi gli ordini professionali, e in secondo luogo è prevista un’indennità di maternità ed un congedo parentale, sia per il padre che per la madre, per la durata di 6 mesi.
Non solo: in arrivo tutele anche in caso di malattia. Durante il periodo di malattia che impedisca lo svolgimento della professione, il lavoratore autonomo è sospeso dal pagamento degli oneri previdenziali.
Inoltre le spese di formazione ed aggiornamento diventano deducibili. Pur nella sua limitatezza, il Jobs Act finalmente prende in mano i problemi più rilevanti nell’ambito del lavoro autonomo.

 

Il team di BreakNotizie

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