L’amore bugiardo – Gone Girl: recensione del film di David Fincher

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Non foss’altro che per quello spazio di inattività durato cinque anni, tra il 2002 e il 2007, la carriera di David Fincher può riassumersi un prima di Zodiac e in un dopo Zodiac. O, volendo, in un prima Panic Room e in dopo Panic Room.


Dal film che raccontava le vicende del killer dello Zodiaco in avanti, infatti, Fincher è andato raffinando uno stile che, esteticamente, si è fatto via via più stilizzato, architettonico e ardito nella sua meticolosità tecnica e nella sua precisione chirurgica e asettica; e che al tempo stesso lavora con testarda  tenacia su un cuore aperto e vibrante, che è quello di una natura umana in costante tensione tra pulsioni intime e sociali discordanti, e quindi in continua ricerca di un’identità, di un posizionamento, di una Verità.

Anche alla base di Gone Girl ci sono quella tensione e quella ricerca, ci sono le duplicità e le ombre, gli slanci e i condizionamenti sociali: c’è quella drammatica e nichilista visione del progresso individuale, collettivo e amoroso che mette di fronte all’impossibilità di rinunciare alla maschera di sé poiché sotto la maschera non c’è nulla, e il Vero, se non inconoscibile, di certo è irraggiungibile.
Fincher prende la storia di una coppia, le storie che la compongono, e le intreccia ulteriormente dopo averle frantumate, complicandone la struttura, sovrapponendo spazi e tempi perché gli unici spazi e tempi realmente percepibili sono quelli della narrazione: di sé, di un amore, di un crimine o di un film.
Così facendo disseziona identità che da singolari si fanno collettive, favorendo l’aderenza dei frammenti di Nick e Amy con quelli di noi spettatori, che in questo modo ci vediamo rispecchiati, noi e le nostre vite e i nostri amori e i nostri peccati, in una galleria di specchi che restituisce la confusione complessa del reale quanto più la distorce con gli strumenti del racconto.

Perché Fincher, grande romanziere del cinema contemporaneo, non dimentica mai l’importanza della storia e dei personaggi, e rende il loro portato simbolico e metaforico subordinato a loro, e non il contrario: questo fa di Gone Girl un thriller di grande godimento, ma anche un film che ferisce e sgomenta. Perché gli orrori e le perversioni dell’animo umano che racconta han poco da invidiare a quelli di Millennium; perché l’ansia di affermazione sociale e la rapacità e la solitudine che comporta sono le stesse di The Social Network; e l’amore si dimostra altrettanto assurdo, impossibile e mutevole di quello di Benjamin Button.

L’incedere è quello amniotico, liquido di un incubo, come quello vissuto da un incredulo Nick, che  si sforza di far buon viso a cattivo gioco fino al momento in cui capisce che una reazione deve arrivare e che deve essere di modi e direzioni uguali e contrarie. Fincher mostra, distanzia, avvicina, confonde le acque; sempre con un’oggettività calda e partecipe, con una raffinatezza formale che ha pochi eguali, fino a condurre il suo protagonista e i suoi spettatori nell’angolo di uno scacco matto al quale non c’è possibilità di rimedio.
Se non quello di accettare l’assurdo e il crudele del mondo, viverci di fianco, stoicamente, sopportando con un sorriso forzato quando non siamo in grado di piegare, con estremi rimedi a mali estremi, a nostro vantaggio. Cercando di scrivere la nostra storia e la nostra identità nel migliore dei modi possibili.

 

 

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