La strage di Capodanno ad Istanbul e l’indifferenza occidentale

La strage di Capodanno ad Istanbul e l’indifferenza occidentale

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La Turchia è sola. Cominceremo dando un’occhiata ai motivi razzisti di ciò. Se 39 uomini e donne fossero stati massacrati a Parigi o a Bruxelles o a Berlino la notte di Capodanno, ci sarebbero stati titoloni per tre o quattro giorni. Due o tre giorni se le vittime fossero state occidentali europei. Ma naturalmente, trattandosi della Turchia, che è un paese musulmano – la cui popolazione non è sempre così bianca come quella della “Cristianità” – i titoli sono andati smorendo più in fretta. Non gente nostra, hanno detto gli occidentali.

Così pochi lettori di questo articolo sapranno che, in proporzione, gli arabi sono stati tra il numero più alto di vittime di questo assassinio di massa: provenienti dal solo minuscolo Libano, tre morti e quattro feriti, sia musulmani sia cristiani. Siamo molto ignari dell’indignazione in Libano per la copertura televisiva nazionale riguardo alle vittime del massacro: interviste macabre, sensazionali, gravemente intrusive con membri distrutti delle famiglie, così raccapriccianti che persino il primo ministro libanese ha dovuto implorare i giornalisti di lasciare in pace i parenti.

Poi ci sono i motivi militari. La Turchia non si è comportata ambiguamente nella guerra siriana? Non ha consentito il passaggio di armi e denaro attraverso il suo confine all’Isis e a Jabhat al-Nusra (noto anche come al-Qaeda, gli assassini dell’11 settembre e gli eroi di Aleppo est) e a vari “moderati” appoggiati da USA e Gran Bretagna, che possono uccidere senza essere a apparentemente “jihadisti”? La Turchia non è tornata alla guerra con i suoi stessi curdi e anche con i curdi siriani? L’esercito turco – il più vasto della NATO anche se per qualche motivo non citiamo questo oggi – non è stato un po’ sleale di recente?

Poiché il tentato colpo di stato dello scorso luglio – nonostante tutti gli sproloqui riguardo ai “gulenisti” – è stato essenzialmente un complotto militare per rovesciare il presidente Recep Tayip Erdogan. Se un dittatore democraticamente eletto (e ce n’è un numero crescente in giro per il mondo) vuole far da canale in una guerra civile confinante – come il Pakistan ha fatto in Afghanistan, canalizzando armi, fondi e combattenti per lottare contro i russi con l’aiuto e l’incoraggiamento statunitense e saudita – cos’altro si aspetta se non massacri nelle sue maggiori città? Toccato l’Afghanistan i pachistani si sono ritrovati i talebani in marcia su Islamabad. Tocchi la Siria e i fuochi d’artificio scoppiano nel tuo cortile.

Poi ci sono i motivi politici.

I turchi volevano entrare nella UE; oggi non ne sono tanto entusiasti e chi può biasimarli? Così la loro politica attuale consiste nel prendersi le cospicue mazzette della UE (grazie ad Angela Merkel) per chiudere ai mari ai profughi mussulmani che tentano di raggiungere l’Europa e nel pretendere i promessi ingressi in Europa senza visto per i loro 79 milioni di cittadini, nel frattempo contemporaneamente riconciliandosi con Russia, Iran, Cina e qualsiasi altra nazione non araba che possa essere amica.

Stranamente per un uomo che ha nostalgia del vecchio impero turco – dal che, suppongo, il suo nuovo palazzo d’oro a Istanbul – Erdogan è diventato anti-ottomano nella sua politica estera, ignorando virtualmente gli arabi che ha corteggiato dopo le rivoluzioni del 2011 a favore di più vaste potenze.

Erdogan, che aveva preteso che il nome di Trump fosse tolto dalle sue torri a Istanbul dopo che l’allora candidato alla presidenza aveva sollecitato restrizioni agli immigrati mussulmani, oggi pensa di poter ottenere un passaggio privo di critiche dal nuovo tizio alla Casa Bianca. Non sarei così sicuro.

E questo fa parte del problema. Poiché Erdogan è così volubile nelle sue alleanze, abbattendo un jet russo e poi coccolando il presidente russo, amando Assad all’inizio della rivoluzione siriana e odiandolo dopo, facendo la corte all’Europa e poi schernendo la UE, che nessuno sano di mente vorrebbe avvicinarsi troppo al Califfo.

Chiunque possa bombardare curdi affermando di bombardare l’Isis, possa pretendere che nessun potere possa interferire negli “affari interni” del suo paese schierando contemporaneamente truppe sia in Siria sia in Iraq (dove il coinvolgimento turco fuori Mosul sta infuriando il governo di Baghdad) sta chiaramente percorrendo una via molto pericolosa.

Dunque che cosa verrà dopo? Altri massacri? Naturalmente. Da parte dell’Isis, dei curdi, dei marxisti; fate voi i nomi. Altri tentativi di colpo di stato? Oggi è quella la domanda politica e militare più importante.

Più di 7.000 soldati turchi, compresi 164 generali, sono stati incarcerati a tutto l’ottobre scorso. Non, certamente, soltanto per punirli. Ogni esercito sano di mente sa che quando si mandano in galera così tanti soldati non è per consegnarli alla magistratura, molti dei cui membri sono stati comunque attaccati con detenzioni.

No, gli arresti di massa all’interno del più vasto esercito della NATO hanno per fine impedire che l’esercito metta in atto un tentativo di colpo di stato meglio riuscito, in cui sarebbe lo stesso Califfo a finire in carcere. O peggio.

di Robert Fisk – 2 gennaio 2017, The Independent*

*Traduzione a cura di Giuseppe Volpe, ZNetitaly – Lo spirito della resistenza è vivo

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