La ristrutturazione di UniCredit e i dubbi legati al “bail in”: il sistema bancario italiano è nell’occhio del ciclone

La ristrutturazione di UniCredit e i dubbi legati al “bail in”: il sistema bancario italiano è nell’occhio del ciclone

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Le banche italiane continuano a essere nell’occhio del ciclone e quello appena trascorso può essere considerato un vero e proprio annus horribilis per molti istituti di credito del Belpaese. A dispetto delle rassicurazioni fornite dall’esecutivo guidato da Matteo Renzi, e nonostante la diffusa presa di coscienza che sia necessaria una riforma radicale dell’intero sistema, le prospettive per il 2016 fanno già tremare i polsi agli addetti ai lavori. Tra l’annuncio di piani industriali che si preannunciano a base di “sangue, sudore e lacrime”, le fibrillazioni delle associazioni di risparmiatori e, infine, i timori circa l’entrata in vigore della direttiva europea a proposito del cosiddetto “bail in”, l’impressione è che la crisi sia tutt’altro che alle spalle.

La cartina al tornasole delle sofferenze che sta patendo il settore bancario è rappresentata dal piano di ristrutturazione che UniCredit ha in programma nel prossimo triennio. Il gruppo ha infatti annunciato che, entro il 2018, saranno 18200 i tagli al personale, di cui 6900 in Italia, a fronte della chiusura di 800 filiali. Stando a quanto affermato da Federico Ghizzoni, Amministratore Delegato dell’istituto, si tratta di un “piano realistico poiché si basa su azioni che dipendono unicamente dalle scelte manageriali”: in sostanza, sarà un piano autofinanziato e che esclude la ricapitalizzazione. Numeri che fotografano una realtà preoccupante: a giudizio di molti risparmiatori, questa non è la strategia di una banca in salute dato che, invece di potenziare la propria rete, ha previsto delle uscite nei prossimi mesi, sia in termini di risorse umane, sia in termini di nuove acquisizioni.

Anche per questo motivo, le perplessità espresse da centinaia di correntisti paiono fondate e l’ottimismo ostentato dal dicastero dell’Economia potrebbe essere solamente di facciata. Con l’incremento esponenziale delle sofferenze delle banche dal 2012 ad oggi, non è detto che determinati conti correnti siano garantiti. Nonostante l’entrata in vigore, dallo scorso primo gennaio, del “bail in” (la partecipazione degli investitori privati alle perdite di un istituto) e del prelievo forzoso per i conti correnti superiori a 100mila euro, la convinzione di molti è che non si possa dormire sonni tranquilli. Ammonta infatti a circa 508 miliardi di euro la quantità dei depositi rimborsabili, ma il fondo di garanzia che è stato stanziato ad hoc ha in cassa 1,66 miliardi di euro: in pratica, solo lo 0,30% di tutti i conti rimborsabili può fare affidamento al suddetto fondo.

In quest’ottica, va rivisto sotto una luce decisamente più sinistra un dato relativo al 2012: il 50% dei conti correnti si trovata in istituti di credito con un rischio di crac classificato come “elevato”. A quattro anni di distanza, il Fondo di Garanzia Interbancario non ha pubblicato la consueta relazione nella quale spiega presso quali tipi di banche siano allocati i conti, né tantomeno le percentuali di rischio di ciascun istituto. Ecco perché, al momento, le rassicurazioni sul fatto che i depositi inferiori a 100mila euro siano al sicuro non convincono, dato che manca la controprova dei fatti. È palese che, in caso di salvataggio di una banca, con la nuova normativa i più esposti saranno gli azionisti e, in seconda battuta, gli obbligazionisti: tuttavia, è altresì vero che, alla fine, potrebbero venire intaccati anche i depositi dei correntisti.

Insomma, il 2016 si è aperto all’insegna dell’incertezza e la mancanza di politiche strutturali per rifondare il sistema finirà per dare fiato, ancora una volta, ai sospetti di coloro che ritengono che la vera gestione del potere sia stata oramai delegata alle banche da parte degli stessi governi europei.

 

Il team di BreakNotizie

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