La Fed concede nuovo ossigeno alle banche

La Fed concede nuovo ossigeno alle banche

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Si parla sempre di servizi al cittadino, che le banche dovrebbero avere meno potere e che la popolazione dovrebbe poter accedere a prestiti e mutui velocemente ed a tassi vantaggiosi. Si parla anche di riduzione degli aiuti alle banche e di applicazione di tassi di interessi uguali per gli istituti bancari ed i cittadini. Si parla tanto, ma la realtà è che non cambia mai niente.

L’ultima decisione della Federal Reserve Usa, infatti, pare andare proprio nella direzione opposta a quella delle tante promesse fatte ai consumatori, confermando i tassi di interesse invariati nei confronti dei prestiti concessi agli istituti bancari. Il tasso attualmente applicato, con un’oscillazione che va dallo 0 allo 0,25% di interesse, va, quindi, incontro ai desideri delle banche, lasciando ancora una volta i consumatori scontenti ed amareggiati. In Europa, dal canto suo, la Bce continua a concedere prestiti agli istituti bancari con tassi ridicoli, con punte che con superano lo 0,05%, rafforzando di fatto il potere forte degli istituti finanziari, che accrescono il loro patrimonio, tralasciando la loro finalità principale, la ripresa economica e la circolazione di moneta.

La Fed, evidentemente criticata dai tanti consumatori americani al collasso in seguito alla crisi economica, ha prodotto una serie di blande motivazioni, in realtà già ampiamente sentite. La situazione è resa ancora più critica dall’evidente frenata delle economie orientali, ed in particolare di quella cinese. Il mercato cinese, infatti, così come previsto da numerosi economisti, sta iniziando a perdere colpi ed a manifesta i primi segni di insofferenza ad una crescita così importante in un tempo così effimero. Stando alle opinioni dei maggiori studiosi di tendenze economiche, infatti, il mercato cinese è molto vicino al collasso e una sua inevitabile caduta trascinerà con sè le economie occidentali che fino a quel momento ha trainato, producendo un drammatico effetto domino su Europa e Usa.

Dal punto di vista del mercato interno degli Stati Uniti, si registra un lieve miglioramento del mercato del lavoro, con un abbassamento della soglia di disoccupazione. Preoccupanti sono, invece, i tassi di inflazione che raggiungono i minimi storici, lasciando presagire un drammatico pericolo di deflazione. Sarebbero queste, quindi, le motivazioni che hanno spinto Janet Yellen, presidente della Federal Reserve, a non rivedere al rialzo i tassi di interesse.

Le motivazioni di oltreoceano coincidono con quelle europee, che si pongono come unico obiettivo l’immissione continua di liquidità nel mercato, possibile solo attraverso un’elargizione favorevole di soldi alle banche. In questo modo sarà possibile raggiungere la soglia target che prevede un’inflazione annua del 2%, considerata un minimo livello fisiologico utile alle imprese, permettendogli di non chiudere i bilanci in perdita.

Mario Draghi, presidente della Bce, sembra ricalcare le medesime preoccupazioni di Janet Yellen, circa l’avanzata della crisi asiatica e la registrazione di tassi di inflazione estremamente bassi. Secondo Draghi, inoltre, per permettere una seria ripresa economica dell’Europa c’è la necessità di investimenti pubblici in infrastrutture, istruzione e ricerca. Tali obiettivi sarebbero facilmente raggiungibili grazie a tassi di interesse bassi ed alla favorevole circolazione della moneta, permettendo una sostanziosa riduzione dei debiti pubblici dei Paesi membri.

 

Il team di BreakNotizie

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