Indice della libertà fiscale 2016: cos’è e come funziona

Indice della libertà fiscale 2016: cos’è e come funziona

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L’indice di libertà fiscale è nato nel 2015 come strumento per comprendere meglio il funzionamento del fisco in Europa, in particolare per ciò che riguarda il prelievo pubblico da parte dei vari Stati sulle ricchezze prodotte dai cittadini. È su questo punto particolare che si è voluta concentrare l’attenzione anche per monitorare l’evoluzione della crisi economica nell’arco degli ultimi anni e capire perché il Vecchio Continente si trova in una situazione di sofferenza mentre altre realtà extra-europee sembrano avere già imboccato la via d’uscita dalla crisi.

Per quanto concerne il 2016, è stato deciso di allargare il numero dei Paesi presi in considerazione per analizzare l’indice di libertà fiscale, passando dai dieci dell’anno precedente a 29; il risultato dell’analisi, in tal modo, è più completo ed esauriente e permette di addentrarsi anche nelle differenze – talvolta notevoli – che ci sono fra Paesi dell’UE e fra gli Stati che hanno adottato l’euro e quelli che invece hanno preferito l’autonomia monetaria. Inoltre è stato affinato il metodo di analisi dell’indice, che comprende adesso sette diversi indicatori da prendere in considerazione.

In base al risultato in ognuno degli indicatori, viene fornito un punteggio ai vari Paesi e la somma complessiva determina il risultato dell’indice di libertà fiscale. Un punteggio alto significa un Paese con un’alta libertà dal punto di vista fiscale, mentre un punteggio basso rappresenta una certa “oppressione” da parte del fisco sui cittadini di quel determinato Paese. I sette indicatori tengono conto di vari aspetti indispensabili per calcolare l’indice di libertà fiscale.

I primi due riguardano le ore che servono per pagare le tasse e le procedure che è necessario seguire, il terzo indicatore si riferisce invece al “Total tax rate“, cioè la percentuale dei propri profitti che un’azienda paga allo Stato attraverso contributi sociali e tasse. Il quarto indicatore analizza invece i costi che un’azienda deve sostenere per poter pagare le tasse, dunque si tratta di spese burocratiche ed è strettamente collegato ai primi due.

Il quinto indicatore viene considerato il più importante perché tiene conto in percentuale della pressione fiscale sul PIL (“Prodotto Interno Lordo”): questo parametro rivela quanto è tassata la ricchezza di un Paese. Anche il sesto indicatore si concentra sulla pressione fiscale e in particolare sulla sua crescita in ognuno dei Paesi presi in esame dal 2000 ad oggi. L’ultimo indicatore si riferisce alla pressione fiscale sulle famiglie, vale a dire la percentuale di tasse sui redditi di una famiglia-tipo (genitori con due figli a carico). Detto del funzionamento, quali risultati ha dato l’indice di libertà fiscale del 2016?

I Paesi che vengono definiti molto liberi dal punto di vista fiscale (con un punteggio superiore a 70) sono quattro: Svizzera – prima con 75 punti su 100 -, Irlanda, Estonia e Romania. Altri nove Paesi risultano liberi (punteggio compreso fra 60 e 69) e tra questi troviamo Lettonia, Lussemburgo, Regno Unito, Polonia e Svezia. Al di sotto dei 60 punti ci sono i Paesi non del tutto liberi (fra gli altri Malta, Finlandia, Cipro, Spagna, Germania e Portogallo).

Al di sotto dei 50 punti si può parlare di Paesi oppressi dal punto di vista fiscale: Danimarca, Francia, Austria, Grecia e Belgio sono tra questi. E l’Italia? Il nostro Paese occupa addirittura l’ultimo posto della classifica, 29esimo su 29 con appena 39 punti. E pur risultando un Paese oppresso come la Danimarca, lo Stato scandinavo vanta 49 punti, ad un passo dal “salto di categoria” (così come la Grecia) che potrebbe avvenire a breve. Non altrettanto si può dire dell’Italia, ultimissima e decisamente staccata dai Paesi che la precedono.

 

 

Il team di BreakNotizie

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