In Islanda i disoccupati sono al 2%: solo un caso che il Paese sia fuori dall’Unione Europea?

In Islanda i disoccupati sono al 2%: solo un caso che il Paese sia fuori dall’Unione Europea?

- in Politica
851
0

Il governo islandese ha mostrato con un certo orgoglio gli ultimi dati relativi alla disoccupazione: la percentuale complessiva è calata lievemente al di sotto del 2%, numeri simili a quelli del 2007, ovvero al periodo precedente alla crisi delle banche del Paese. Eppure poco meno di dieci anni fa la situazione in Islanda poteva tranquillamente essere definita drammatica, stando anche alle dichiarazioni dell’epoca dell’Fmi, il “Fondo Monetario Internazionale”; le tre principali banche del Paese fallirono nel breve volgere di poche settimane, l’economia subì un crollo verticale e la disoccupazione si impennò fino al 12%.

Osservando la situazione oggi, viene da domandarsi non solo come abbia fatto l’Islanda a riprendersi, ma soprattutto come ci sia riuscita in un arco di tempo così breve, mentre altre nazioni europee (fra cui pure l’Italia) sono ancora impegnate nella lotta alla crisi e all’economia che ristagna in maniera preoccupante, e con essa anche il mercato del lavoro. Il primo ministro islandese Sigmundur Gunnlaugsson ha spiegato in maniera molto semplice e diretta qual è stato il fattore principale che ha permesso al Paese di lasciarsi alle spalle la crisi: “Non avremmo potuto uscire dal disastro se fossimo stati membri dell’Unione Europea“.

Facendo parte dell’Ue, infatti, il debito da pagare sarebbe stato in euro invece che nella moneta sovrana islandese, altro elemento che ha favorito la ripresa del Paese. Ma, soprattutto, se l’Islanda fosse stata una delle nazioni dell’Unione Europea, si sarebbe dovuta far carico del fallimento delle proprie banche, come accaduto in Irlanda prima e in Grecia poi, e questo, sempre secondo le parole del primo ministro, avrebbe affondato in maniera definitiva l’economia islandese. Dall’Islanda, dunque, arriva l’esempio per uscire dalla crisi.

Il governo del Paese, in sostanza, ha fatto l’esatto contrario di ciò che viene raccomandato dall’Ue e dalla Banca centrale europea, lasciando fallire le banche indebitate invece di provvedere al loro salvataggio. Dopodiché si è provveduto con il piano dedicato al risanamento, caratterizzato inizialmente da austerity e aumento delle tasse, di fronte a cui la popolazione non ha protestato, consapevole del fatto che per risollevare l’economia fossero indispensabili sacrifici, soprattutto nel primo periodo dopo il disastro, mentre la crisi iniziava a farsi sentire pesantemente anche in Europa.

Pure per quanto riguarda le misure prese dal governo, si è fatto in sostanza ciò che l’Ue impedisce ai propri Paesi membri, ovvero sforamento del deficit per un limitato periodo di tempo, controllo dei capitali e svalutazione pesante della moneta, che ha portato inizialmente ad un’inflazione notevole ma che si è rivelata indispensabile per la successiva ripresa economica. A tutto ciò bisogna aggiungere che il governo ha già restituito interamente i soldi che il Fondo monetario aveva concesso in prestito (più di 2 miliardi di dollari).

Nel giro di pochi anni, le misure adottate hanno fermato l’emorragia di fallimenti delle aziende e nel contempo ne sono sorte di nuove, contribuendo così al rilancio dell’occupazione. Questo aspetto ha fermato l’emigrazione dei giovani islandesi, non più costretti a cercare lavoro in altri Paesi (cosa che invece continuano a fare i giovani italiani, greci, spagnoli etc). Dunque si può affermare senza timore di essere smentiti che la ripresa dell’Islanda è dovuta al fatto che il Paese non fa parte dell’Ue; non solo, poco meno di un anno fa il governo islandese ha ritirato la candidatura con la quale ambiva ad entrare nell’Unione Europea, ritenendo di poterne fare a meno. E i risultati stanno dando ragione all’Islanda.

 

Il team di BreakNotizie

Commenti

commenti

You may also like

Anziani e bambini: quando ad accomunarli è il gioco

Cosa succede se si consente ai degenti di