Il problema di chi ha problemi con Interstellar

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La narrativa non è una scienza, ma una religione, e come tutte le religioni richiede un atto di fede

Andrea Coccia

Questo weekend ho visto Interstellar, l’ultimo film di Christopher Nolan. L’ho visto con un filo di ritardo rispetto a molti e, visto che volevo arrivarci “vergine”, ho accuratamente evitato di leggere le recensioni, le critiche e i commenti al film, che nel frattempo affollavano i quotidiani e le home dei siti di mezzo mondo.

Ora che è finito il periodo di digiuno forzato ho recuperato terreno, anche perché il film mi è piaciuto molto e avevo voglia di capire il perché di molte critiche che avevo solo letto nei titoli e che, per timore di spoiler selvaggi, avevo evitato.

Tra tutte quelle che mi sono capitate sotto gli occhi, ce n’è stata una che mi colpito più delle altre. L’ha scritta all’inizio di novembre l’astronomo e blogger di Slate Phil Plait — quello di Bad Astronomy, un bel blog che si occupa di scienza — è lunga circa 12mila battute e si intitola Interstellar Science (la trovate tradotta dal Post come I problemi di Interstellar, al cui titolo mi sono ispirato per scrivere questo intervento).

A Plait il film non è piaciuto, e giustamente lo dice subito: «Non mi è piaciuto per nulla, ma proprio per nulla. E ci speravo davvero, che mi piacesse». E, fin qui, nessun problema: i film, come tutti i prodotti culturali, possono piacere o non piacere. È nella loro natura. Il giudizio di ogni persona dovrebbe essere indipendente da quello delle altre, e in ogni caso è ben poco sindacabile. A colpirmi, in questo caso, è la natura della maggior parte delle critiche, ovvero il fact-checking scientifico a cui Plait sottopone il film, che — ovviamente — ne esce con le ossa rotte.

Al di là della natura delle critiche, che possono essere anche vere — e lo sono, visto che Plait sa di cosa parla quando parla di scienza anche se qualche volta di sbaglia (e infatti una cosa l’ha ritrattata) — qui il problema per me sta alla base, ed è molto grave, perché riguarda la prima grande regola della narrativa: quella che nel 1817 Samuel Taylor Coleridge chiamò «quella volontaria sospensione del dubbio momentanea, che costituisce la fede poetica».

Sì, avete letto bene, fede poetica. Perché la letteratura non è una scienza, è una religione. Che sia in prosa o in versi, che parli con la voce di Primo Levi e descriva la terrificante esperienza dei campi di concentramento nazisti oppure, al contrario, che ci irretisca con la voce di Tolkien e ci narri gli sconvolgimenti della Terra di mezzo nella lotta tra il bene e il male, la narrativa, o meglio, l’arte di raccontare delle storie, necessita sempre di un atto di fede per poter funzionare.

Per questo l’operazione di Plait è sostanzialmente sbagliata e le sue critiche irricevibili. Certo, Plait scrive anche che «non è stata la scienza a rendere pessimo questo film», rincarando la sua critica e spiegando che ci troviamo di fronte a «un film che vuole disperatamente essere profondo, ma che banalmente non lo è». Ma lo fa alla fine del suo articolo, dopo circa 11mila battute spese a fare le pulci su un sacco di dettagli che non tornano, perdendo un sacco di tempo.

Ecco un esempio:

La stessa esistenza del pianeta è solo un esempio degli strafalcioni scientifici del film. Ce ne sono molti altri. Fatemene citare uno: il buco nero. Per ragioni di trama, Cooper deve andarci dentro. Attorno al buco nero vediamo ruotare una massa di materiale, probabilmente il disco di accrescimento: un disco piatto e rotante che sta per finire dentro al buco nero. A causa delle enormi forze che agiscono, i dischi di accrescimento sono estremamente caldi e hanno una temperatura di milioni di gradi. Sono inoltre così brillanti che possono essere visti a milioni di anni luce di distanza ed emettono una sufficiente quantità di radiazioni da distruggere qualsiasi materiale ordinario.

Eppure Cooper ci vola vicino come se stesse viaggiando fra gli anelli di Saturno (letteralmente: è un richiamo a una scena precedente nella quale oltrepassa davvero gli anelli di Saturno). Nella realtà, la sua astronave sarebbe stata cotta a una temperatura di un fantastilione di gradi, e lui sarebbe diventato nulla più che un esile mucchio di particelle subatomiche

Nella realtà , appunto. Ma Interstellar non è la realtà, è una finzione e come tale non è neppure tenuta a rispondere alle regole della logica “che move il mondo e l’altre stelle”, ma solo a se stessa e alle proprie regole, che possono anche essere: non ci sono regole. Deve cioè mantenere una coerenza interna che non ci faccia svegliare dall’ipnosi, da quella volontaria sospensione dell’incredulità di cui parlavamo prima.

Per quanto il meccanismo narrativo di Nolan qualche difetto lo abbia (come ce li aveva Inception, come ce li aveva Memento) e ogni tanto chieda allo spettatore un grosso sforzo di immaginazione per poter bypassare alcune libertà logiche che si prende, al di là di qualsiasi cosa ci chieda, insomma, la sua logica interna la rispetta, anche quando si butta a pesce nel più antico paradosso, quello che spesso ci ritroviamo davanti quando ci raccontano dei viaggi spazio temporali: la causa e l’effetto sono legati da un legame di necessità biunivoca, ovvero, in questo caso, Matthew McConaughey parte perché è già partito.

Ma questa è la natura dei paradossi, che se fossero risolvibili non sarebbero paradossi, e non è il primo film e non sarà l’ultimo che crea questo infinite loop irrisolvibile. La risposta però non è quella che darebbe Plait, non è quella istintiva dello scienziato, ovvero la verifica della plausibilità e del realismo del film. La riposta è sempre la stessa: è crederci. Non c’è altro.

Prima di chiudere, vorrei parlare dell’unico grande difetto di Interstellar, almeno secondo me: sto parlando del finale, di quei 10 minuti superconsolatori che separano la scena del corpo di Cooper che flotta nello spazio dopo aver attraversato il buco nero, dall’incontro con la figlia vecchia e dalla sua ripartenza verso il pianeta-colonia di Anne Hathaway.

Ci sono due modi di spiegare e di giustificare quello scempio di finale.

Il primo riguarda il pubblico americano e l’estetica di Hollywood, legata da sempre alla consolazione finale, a quell’happy ending che ha rovinato già un sacco di film. A me questo primo modo però non basta, quindi me ne sono inventato un secondo, che ora vi spiego brevemente.

Secondo me il cervello di Chritopher Nolan è settato sul 70 per cento di sincerità, un po’ come il robot TARS nel film. Perché se fosse stato settato sul 100% il film si sarebbe concluso con il corpo di Matthew McConaughey flottante nello spazio infinito, ma sarebbe stato un film di Leopardi, e il 90% del pubblico, una volta uscito dal cinema, avrebbe accarezzato l’idea del suicidio.

Nolan non è Leopardi, e non dice la verità. E a differenza di Inception, questa volta decide di farci vedere se la trottola smette di girare o continua all’infinito. Glielo impone quel 70% di sincerità. Dopo averci raccontato che la forza che domina l’universo è l’amore, come diavolo faceva a farci uscire senza abbracciarci forte e sussurrarci nell’orecchio che tutto si risolverà per il meglio, che tutto va bene?

 

Fonte: linkiesta.it