Il crollo delle borse orientali ha finalmente un colpevole: il giornalista Wang Xiaolu

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A far crollare le borse di mezzo mondo sarebbe stato un giornalista cinese.

Il suo nome è Wang Xiaolu e proprio lui si è presentato alla Cctv, la televisione pubblica, per confessare la sua terribile colpa. Insomma, non sarebbero le cause intrinseche, come il rallentamento in atto nell’economia del Paese o i timori per un modello di crescita forse sbagliato, i responsabili dell’ennesimo lunedì nero delle borse, bensì un professionista che ha fatto il suo lavoro, denunciando cosa non va nell’economia del Paese orientale.

Un capro espiatorio

Wang Xiaolu lavora per il magazine Caijing, unico mezzo di stampa che ha osato dare notizia di quanto stava avvenendo sui mercati finanziari. Il tutto mentre il Quotidiano del Popolo cercava di sviare l’attenzione dell’opinione pubblica decantando i preparativi per la consueta parata del 3 settembre o l’impetuoso sviluppo del Tibet. Arrestato per aver fatto il suo lavoro, il giornalista è così diventato il nemico pubblico numero uno per circa novanta milioni di risparmiatori cinesi, gli stessi che hanno lasciato il loro denaro nel corso delle roventi contrattazioni al ribasso che hanno spolpato le borse, non solo asiatiche.

Non solo Wang Xiaolu

Insieme a lui, come denunciato dall’agenzia Nuova Cina, sono state oggetto di provvedimenti da parte dalle autorità finanziarie altre duecento persone, tra operatori di borsa e manager, tutte colpevoli di aver rilanciato notizie tali da provocare il vero e proprio crollo della borsa in atto da giugno ad oggi, con una flessione del 40% sulle sue quotazioni.
Provvedimenti che però sono in aperto conflitto con l’intervento operato proprio a livello statale al fine di cercare di porre rimedio ad una situazione che stava letteralmente sfuggendo di mano. Un chiaro segno che non sono state le notizie pubblicate a provocare il crollo, bensì una serie di cose che non vanno nell’economia del paese. A partire da uno sviluppo che è molto lontano dal 7% annuo indicato dalle fonti governative. Un dato che, come ricordato dall’Economist, oggi suscita vera e propria ilarità negli addetti ai lavori.

La protesta del mondo giornalistico

Intanto, però, l’arresto di Wang Xiaolu riporta d’attualità il problema della libertà di stampa in Cina. Basti pensare al proposito che già nel corso del mese di giugno il governo aveva provveduto a rilasciare una sorta di decalogo, nel quale si chiedeva ai professionisti dell’informazione di non portare avanti inchieste troppo approfondite sullo stato dell’economia e di non speculare sulla eventuale direzione intrapresa dai mercati finanziari. La direttiva chiedeva poi di non utilizzare termini come collasso, crollo o impennata, chiaramente connotati da un punto di vista emotivo, e di non esagerare nell’indicare ad esempio lo stato di panico che avrebbe potuto prendere i piccoli risparmiatori nel caso di una improvvisa crisi. Insomma, i giornalisti avrebbero dovuto abdicare dalla loro funzione per ridursi a portavoce delle autorità governative. Non averlo fatto è stata la colpa di Wang Xiaolu.
Intanto, contro il suo arresto si è levata la voce del comitato statunitense che lavora per la protezione dei giornalisti, mentre un ricercatore dell’università di Hong Kong, David Bandurski, che svolge anche le funzioni di coordinatore del China Media Project, non ha usato mezzi termini nel definire il provvedimento delle autorità come una vera e propria vendetta.

Il team di BreakNotizie