Gravidanza e gruppo sanguigno: tutto quello che c’è da sapere

Gravidanza e gruppo sanguigno: tutto quello che c’è da sapere

- in Mamma, Salute
351
0

Conoscere il proprio gruppo sanguigno e quello del proprio partner è importante per limitare eventuali complicazioni per il feto in caso di incompatibilità fra gruppi o fra fattori Rh. Vediamo di che si tratta.

È molto importante, quando si pensa ad avere un figlio, considerare dapprima il gruppo sanguigno ed il fattore Rh. Come sono correlati gravidanza e gruppo sanguigno? Se la futura madre appartiene al gruppo sanguigno A, B oppure AB positivo, in genere non c’è bisogno di conoscere anche il gruppo sanguigno del padre. Differente discorso invece se la madre è di gruppo sanguigno 0 positivo: in tal caso conoscere anche il gruppo sanguigno del padre è fondamentale poiché se quest’ultimo è del gruppo A, B o AB il nascituro potrebbe presentare l’ittero da incompatibilità AB0. Questa patologia si verifica soltanto nel 25% dei casi in cui i due genitori sono di due gruppi sanguigni incompatibili fra loro. In tali circostanze, infatti, l’organismo della madre produce degli anticorpi autoimmuni capaci di attraversare persino la placenta e di raggiungere il corpo del feto, attaccandone e distruggendone i globuli rossi e causando il tipico ittero (pelle di colore giallognolo) e anemia. Per questo tipo di incompatibilità, al momento, non esiste alcuna terapia di prevenzione.

Altro aspetto che i futuri genitori dovrebbero prendere in considerazione è il fattore Rh, antigene situato sulla superficie dei globuli rossi del sangue della maggior parte delle persone. Se si possiede questo antigene significa che il proprio Rh è positivo, diversamente è negativo. Essere a conoscenza del fattore Rh aiuta a capire se vi sono probabilità di incompatibilità fra il sangue del feto e quello della mamma. In genere, quando i genitori hanno un Rh differente fra loro, alla nascita del bambino si effettua subito l’esame del sangue, raccolto dal cordone ombelicale. In caso entrambi i genitori siano Rh positivi non è necessaria alcuna terapia, se invece è solamente la madre ad essere Rh negativa esiste il 50% delle possibilità che lo sia anche il bambino.

I problemi, in caso di madre con Rh negativo e bambino con Rh paterno, potrebbero verificarsi per le gravidanze successive alla prima: i due diversi tipi di sangue, venendo a contatto al momento del parto (oppure in caso di minacce d’aborto, traumi all’addome o manovre ostetriche), potrebbero indurre nell’organismo della madre la creazione di anticorpi anti-D. Nelle successive gravidanze potrebbero aggredire i globuli rossi del feto, causando una condizione chiamata malattia emolitica fetale-neonatale, che può anche condurre alla morte in utero del feto. Tuttavia oggi esiste una terapia efficace, denominata profilassi anti-D, che consente di prevenire o minimizzare i rischi per il nascituro. Grazie a tale procedura, l’anemia dovuta ad incompatibilità di fattore Rh oggi riguarda soltanto 7 neonati ogni 1000 mentre prima della sua introduzione, avvenuta alla fine degli anni ’50, interessava un bambino ogni 100. Un caso di incompatibilità ogni 2200 portava alla morte intrauterina.

Il Team di Breaknotizie

Commenti

commenti

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

You may also like

Olio usato: ecco perché non devi buttarlo

Il rifiuto prodotto in cucina può essere rigenerato