Ennesimo “epic fail” di Equitalia: persegue un baby evasore per 8 anni

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L’Italia è il Paese dove, quando si è ancora in fasce, oltre ad avere un debito nei confronti dello Stato di circa 37mila euro, si rischia di essere incolpati di evasione fiscale. E’ emblematico il caso di cui è stato protagonista un bambino di 10 anni, in capo al quale pende un debito per omesso versamento d’imposta pari a 166,59 euro, con una cartella di riscossione che risale all’anno fiscale 2007.

A quel tempo, quando l'”evasore” in questione aveva 2 anni, l’Agenzia delle Entrate, con i sofisticati mezzi di controllo e verifica di cui dispone, ha rilevato un omesso versamento della tassa di concessione governativa legata all’accensione di un abbonamento con un gestore di telefonia mobile. Appurata l’evasione, il debito è stato iscritto a ruolo e la riscossione è stata affidata ad Equitalia che, usando anch’essa i mezzi di controllo a sua disposizione, ha verificato l’esistenza del reato e ha quindi emesso la cartella di pagamento. Semplice caso di omonimia, si potrebbe rilevare. Certo, ma sia l’Agenzia delle Entrate che Equitalia dispongono del codice fiscale dei contribuenti: quest’ultimo è unico, come le impronte digitali, tanto che la sua esistenza ha proprio la finalità di evitare che si verifichino degli scambi di persona.

Pur ammettendo, con fatica, che l’errore possa accadere, si è portati a pensare che una faccenda del genere sia risolvibile con una telefonata o un accesso presso gli sportelli di Equitalia (tempo di esecuzione pari a pochi minuti). Invece, la vertenza va avanti da 8 anni, con il solo risultato che, nel frattempo, continuano a incrementare gli interessi di mora dovuti sulla somma originariamente non versata. La madre del giovane “evasore”, dopo aver provato ripetutamente a segnalare l’accaduto a vari enti dell’Amministrazione Finanziaria, si è rivolta a una Onlus che opera in Piemonte, la quale ha dato rilievo al fatto coinvolgendo la stampa nazionale e, così facendo, è riuscita a ottenere udienza nonché a risolvere il pasticcio.

Con un comunicato stampa inviato al Secolo XIX, la testata giornalistica che ha raccontato la vicenda, Equitalia ha sottolineato come sia stato “immediatamente sanato l’errore”, con l’annullamento della cartella di pagamento intestata al bimbo di 10 anni, avvenuto il 24 marzo scorso. Peccato che l’odissea legata a questo errore si sia protratta per ben 8 anni, pertanto la sanatoria non sembra avere affatto il carattere dell’immediatezza. Nella nota, Equitalia evidenzia anche come tutto sia nato da un inghippo avvenuto nel ”sistema”, imputando quindi la colpa di quest’incredibile – e non unica, ahinoi – vicenda ai programmi installati sui pc. Ma allora viene spontaneo chiedersi a cosa serva l’intervento umano dei tanti dipendenti in carica presso l’Agenzia delle Entrate ed Equitalia se nessuno è riuscito a porre rimedio, tempestivamente, a questa svista del programma.

Gli americani hanno un modo di dire appropriato per casi come questo, ossia quando si riversano sulle macchine gli errori connessi all’impreparazione e alla superficialità umana: ”Trash in, trash out” che significa ‘‘Spazzatura entra, spazzatura esce”. Non si può pensare che uno Stato, in perenne lotta contro l’evasione fiscale e dotato, a tal fine, di armi affilate, le metta in mano a persone incapaci. Incapaci non solo di usarle, ma anche di porre rimedio a errori banali e lampanti.

Il team di BreakNotizie