Emergenza migranti, la Slovenia chiude il valico confine con la Croazia. Aumentano le barriere nell’Europa orientale

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Da una parte muri sempre più estesi, dall’altra la previsione di circa un milione di richieste di asilo in Europa nel corso di tutto il 2015. L’emergenza umanitaria nell’Europa dell’est e sul versante mediterraneo si fa sempre più pesante.

I migranti, provenienti soprattutto da Siria, Pakistan, Eritrea, Somalia e Algeria, continuano a premere perchè vengano aperte il più possibile le frontiere marittime e terrestri, con la speranza di una vita migliore per sè e per le proprie famiglie.

SEMPRE PIÚ BARRIERE

La situazione però è tutt’altro che semplice, tanto dal punto di vista prettamente politico quanto da quello sociale ed economico, ed è per questo che alcuni tra i Paesi dell’Europa centro-orientale maggiormente interessati dalla via terrestre verso le zone occidentali cercano di prendere in mano la situazione, adottando misure prettamente individuali.
I riflettori dei leader delle istituzioni europee sono attualmente puntati soprattutto su Ungheria, Croazia, Serbia e ultimamente anche Slovenia, quattro fra i punti nevralgici dei viaggi della speranza. Ad aprire la strada all’uso del pugno duro è stata proprio l’Ungheria, innalzando in pochi giorni una barriera di filo spinato al confine con la Serbia e un’altra ai confini con la Croazia, adoperando anche carcerati in regime di lavori forzati.
Le proteste dell’establishment europeo non si sono fatte attendere, ma il premier Orban ha proseguito sulla linea dura. La stessa linea dura seguita nei giorni successivi anche dal governo della Croazia, che ha chiuso progressivamente al traffico di veicoli pesanti tutti gli otto varchi di confine con la Serbia, uno dei principali Paesi di passaggio per gli immigrati. Lo stesso esempio è stato poi seguito dalla Slovenia, le cui autorità hanno disposto la chiusura forzata del valico di Bregana, al confine con la Croazia.

RAPPORTI POLITICI TESI

La questione umanitaria non può fare a meno di portare con sè anche strascichi politici assolutamente non trascurabili. A incrinarsi per primi, i rapporti tra Croazia e Serbia, spesso inquinati da ruggini mai sopite. Il ministro degli Interni serbo Nebojsa Stefanovic ha stigmatizzato la decisione del governo croato di chiudere i valichi, giudicandola “scorretta e poco amichevole”. A fargli eco, il ministro del Commercio Rasim Ljajić, che sottolinea come i blocchi delle frontiere con i Paesi vicini causino ingenti danni all’economia serba, profondamente legata alle altre repubbliche balcaniche. Il governo serbo ha poi ingaggiato un braccio di ferro con il governo di Zagabria, annunciando un temporaneo stop alle importazioni di merci croate.
A Bruxelles si cerca intanto un accordo soddisfacente per tutte le parti in causa in un’ottica di accoglienza per i più bisognosi, insistendo soprattutto sulle quote di redistribuzione dei migranti e sulla loro applicazione obbligatoria e non volontaria. La bozza di accordo dei giorni scorsi si attestava su una cifra di 120mila, giudicata però gravemente insufficiente rispetto alla mole di migranti già sbarcati in Europa o ancora in arrivo. Contrarie Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria, assolutamente non disposte a ratificare l’obbligatorietà delle quote di redistribuzione.
La stessa Ungheria tira dritto per la propria strada, portando avanti la costruzione di una barriera anche lungo i confini sloveni e progettandone un’altra al confine con la Romania. La Commissione Europea continua a monitorare la situazione, alla luce di possibili violazioni del trattato di Schengen sulla libera circolazione delle persone, ma il premier ungherese Orban ha continuato a ribadire come la sua priorità sia il proteggere i confini del proprio Paese. Sullo sfondo, centinaia di migliaia di migranti che ancora premono da terra e mare, bussando a porte sempre più sprangate.

Il team di BreakNotizie