Ecco come l’industria del cibo guadagna con l’obesità

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Davanti all’obesità crescente, le multinazionali investono nel business dei cibi light. Dal Guardian
La gallina dalle uova d’oro delle diete.

Enormi muri del gusto fatti di cibi calorici, merendine succulente che spuntano da destra e sinistra, cibi pronti superunti che fanno capolino in fondo alla corsia. Benvenuti nel supermercato sotto casa. E quelli sugli scaffali sono i piatti che ingurgitate ogni giorno. Pura scienza in tavola. Perché il cibo, scrive The Guardian, è quello che sta rendendo il pianeta obeso.

E dopo? Fila dopo fila si trovano cibi light, dietetici, zero calorie, pochi grassi, sugar free, “healthy”, indirizzati a chi è già passato dagli scaffali dei cibi ipercalorici e ora ha bisogno di perdere peso. Si pensa all’obesità e alla dieta come poli opposti, ma in realtà esiste una profonda relazione tra le due cose.

Dal 1980, scrive l’Organizzazione mondiale della sanità, il tasso di obesità è raddoppiato. Al 2008, il 35% della popolazione dai 20 anni in su è sovrappeso, l’11% è obeso. Ma i “grassi” non sono pigri e compiacenti con le loro condizioni. Anzi: provano vergogna e fanno di tutto per perdere peso. Molti di questi, classificati come “sovrappeso”, sono quasi in dieta perpetua, e lo stesso vale per l’altra metà della popolazione, la maggior parte della quale non ha neanche bisogno di perdere un grammo.

Quando temi come obesità e salute sono entrati nel mirino dell’opinione pubblica, l’industria del cibo ha preso nota. Ma non esattamente nel modo in cui si potrebbe immaginare. Alcuni dei grandi giganti globali del cibo hanno optato per fare qualcosa di straordinariamente ovvio: hanno deciso di fare i soldi con l’obesità. Come? Investendo nell’industria delle diete.

Weight Watchers, creata dalla casalinga newyorkese Jean Nidetch all’inizio degli anni Sessanta, è stata comprata dalla Heinz nel 1978, che a sua volta ha venduto la compagnia nel 1999 alla società di investimento Artal per 735 milioni di dollari. Poi arrivò Slimfast, un cibo liquido sostitutivo inventato dal chimico e imprenditore Danny Abraham, acquistato dalla Unilever, proprietaria a sua volta del brand Ben&Jerry e delle salsicce Wall’s. Il marchio americano delle diete per eccellenza, Jenny Craig, è passato invece nelle mani della multinazionale Nestlé, che vende anche cioccolato e gelati. Nel 2011, non a caso, la Nestlé si trovava al primo posto nella classifica delle 500 compagnie più ricche al mondo stilata da Fortune.

In poco tempo queste multinazionali si sono lanciate nel mercato della perdita di peso, includendo nel loro business anche palestre, home fitness, diete alla moda o diete “urto”, e tutti quei magazine e DVD che promettono di fare di voi “una nuova persona” in sole tre settimane.

Qualcuno a questo punto penserà che ci sia un paradosso in tutto questo discorso: le multinazionali del cibo hanno l’obiettivo di venderlo, il cibo. Esatto: creando l’ossimoro del cibo dietetico – qualcosa che tu mangi per perdere peso – si entra in un circolo vizioso da cui è impossibile uscire. E il consumatore finisce per comprare. I cibi dietetici altamente trattati nascono ogni giorno come i funghi, spesso con più zucchero o grassi degli originali non light. E in questa frase c’è la chiave di tutto questo discorso: “Da intendersi come parte di una dieta calorica controllata”. Quante volte l’avrete letta sulle confezioni? Così finiamo per comprare anche un burroso gateau con uova e prosciutto se sopra c’è scritto “light”, convincendoci che ci farà mantenere la linea.

Quello che quindi potete vedere camminando in un supermercato nel 2013 è l’obesità a 360 gradi. Con una sola occhiata. L’intero panorama dell’ingrasso-dimagrimento, posseduto dai grandi conglomerati che hanno analizzato ogni angolo e opportunità del mercato dei chili di troppo. Le compagnie che prima hanno fatto i milardi facendoci ingrassare ora continuano a rimpinzarsi di dollari sfruttando l’epidemia dell’obesità, illudendoci di farci dimagrire.

Com’è potuto accadere? Ci sono due possibili scenari. Il primo è che a fine anni Settanta le compagnie del cibo hanno cominciato a produrre nuovo cibo gustoso, ma negli anni Novanta i costi del sistema sanitario pubblico collegati all’obesità sono diventati insostenibili. Così governo, esperti di salute e, sorprendentemente, anche l’industria del cibo hanno pensato a una possibile soluzione. Gli obesi avevano bisogno di mettersi a dieta e fare attività fisica. Ma il piano non ha funzionato, visto che stiamo diventando sempre più grassi. E qui arriva il secondo scenario. Le multinazionali hanno prodotto nuovo cibo gustoso, le persone hanno cominciato a diventare grasse. Dagli anni Novanta società alimentari e l’industria dei farmaci, di fronte all’escalation nel numero di obesi, hanno capito che si potevano fare molti soldi puntando sul dimagrimento.

Il vero target non sono gli obesi da ricovero, che necessitano di trattamenti sanitari veri e propri, ma tutte quelle persone che hanno solo qualche chilo di troppo e non considerano il peso un problema di salute significativo.

Una data fondamentale è il 3 giugno 1997. Quel giorno l’Organizzazione mondiale della sanità si riunì a Ginevra per un summit che costituirà la base di tutti i report sull’obesità non solo come catastrofe sociale ma come “epidemia” mondiale.

Venne creata una vera e propria task force guidata dal professore Philip James, con il compito di monitrare l’andamento dei tassi di obesità nel mondo. Il diavolo, come al solito, era nei dettagli: cioè tra quelli che stanno al confine tra il “normale” e il “sovrappeso”. E l’asticella del sovrappeso in quell’occasione venne abbassata dal 27 al 25 dell’indice di massa corporea, così che molte persone prima “normali” risultassero con qualche chilo in più. Il mercato dei cibi dietetici avrebbe avuto quindi qualche milione di clienti in più.

A puntare sulle diete ci provò anche l’industria farmaceutica. Negli anni Cinquanta, lo sporco segreto della perdita di peso erano le anfetamine, prescritte a milioni di casalinghe desiderose di dimagrire. Negli anni Settanta, vennero vietate perché si scoprì che creavano dipendenza, oltre a provocare infarti e attacchi di cuore. Oggi le medicine più usate sono le fenfluramine, che riducono il senso di fame. Dopo diversi esperimenti, il gigante americano del farmaco Wyeth ha lanciato Redux, approvato dalla Food and drug Administration nonostante fosse evidente la capacità di provocare nelle donne l’ipertensione polmonare. Dopo la morte di una donna a Oklahoma City, il farmaco è stato ritirato dal mercato.

Anche la GlaxoSmithKline (GSK) ci ha provato, quando scoprì che l’antidepressivo Wellbutrin aveva un “piacevole” effetto collaterale: la perdita di peso. La società cercò di convincere i medici a prescriverlo come farmaco per la dieta. La Glaxo venne portata in tribunale e alla fine patteggiò pagando 3 miliardi di dollari. Insomma, Big Pharma ha provato a fare i soldi con l’obesità, ma gli effetti collaterali sono risultati più pericolosi di una perdita di peso eccessivo.

Tra tanti sconfitti, dunque, resta un solo vincitore: l’industria del cibo. Che con le linee di cibi dietetici ha convinto milioni di persone sovrappeso, non obese, che si possa dimagrire mangiando alcune specifici cibi. Buoni, gustosi, ma dietetici.

Ci sono ora due mercati separati. Uno è quello dei sovrappeso, molti dei quali si mettono a dieta, poi recuperano peso, poi si rimettono a dieta, fornendo un flusso di mercato continuo sia all’industria del cibo sia a quella delle diete. L’altro mercato è quello degli obesi veri e propri, tagliati fuori dalla società, fallimento di qualsiasi iniziativa salutista dei governi.

Come ha spiegato Kelly Brownell, direttore del Rudd Centre for food policy and obesity alla Università di Yale, l’analogia deve essere quella tra fumo e cancro ai polmoni: «C’è una specifica strategia dell’industria del tabacco, e se si guarda alla luce di quello che sta facendo ora l’industria del cibo, si notano molte mosse comuni: alterare i risultati scientifici, dire che i tuoi prodotti non sono dannosi quando sai che invece lo sono». Ma la soluzione potrebbe, anche questa, seguire la traiettoria delle sigarette: una combinazione tra pesante tassazione, legislazione severa e campagne pubblicitarie, che ha portato a far sì che fumare venga considerata un’abitudine da paria da una nuova generazione di potenziali consumatori. Misure simili, dice Brownell, potrebbero essere usate per rispondere all’obesità dilagante.

L’analogia risulta ancora più calzante se si pensa che negli archivi polverosi della San Francisco University si trova ancora una nota confidenziale scritta da un impiegato della Philip Morris alla fine degli anni Novanta che mette in guardia la Kraft sulle strategie da usare quando la società sarebbe stata attaccata di lì a poco come causa dell’obesità. Il titolo è: “Lezioni apprese dalle guerre del tabacco”. La nota dice che come ora i consumatori biasimano le sigarette per il cancro ai polmoni, così finiranno per biasimare l’industria del cibo per l’obesità, a meno che non vengano messe in atto specifiche strategie difensive. Si potrebbe dunque individuare una buona ragione sul perché l’industria del cibo abbia investito nelle diete. Niente di personale: è solo business.

 

Fonte: linkiesta.it

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