E’ ufficiale: la Palestina è uno stato riconosciuto dall’ONU

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138 sì, 9 no, 41 astenuti. Allo Stato di Palestina viene riconosciuto lo status di Osservatore all’interno delle Nazioni Unite. Ecco i discorsi del presidente dell’Anp Mahmoud Abbas e del rappresentante di Israele all’ONU Ron Prosor che hanno accompagnato la votazione.

È ufficiale: la Palestina è uno stato riconosciuto dall'ONU.

Da questo istante, lo Stato di Palestina è uno Stato Osservatore Non Membro delle Nazioni Unite. Si tratta del medesimo status riconosciuto, ad esempio, alla Città del Vaticano e garantisce alla Palestina una serie di tutele e garanzie che potrebbero modificare – nella sostanza – il rapporto che gli organismi internazionali hanno sempre tenuto nei confronti di del conflitto israelo-palestinese. La notizia conferma i rumors pre risoluzione e vede ben oltre i due terzi dei paesi membri dell’Assemblea Generale esprimersi a favore della risoluzione. Questa la composizione del voto di oggi: 138 sì, 9 no, 41 astenuti.

Si tratta di un voto storico che,  al di là delle fortissime resistenze di Stati Uniti e Israele, determina conseguenze politiche stringenti e pressoché immediate come, ad esempio, la messa in discussione degli insediamenti illegali in Cisgiordania, la potenziale dismissione dell’embargo imposto a Gaza, la rimozione degli impedimenti alla pesca e alla coltivazione imposti dall’esercito israeliano alla Striscia in contraddizione con le disposizioni ONU.

Poco prima del voto, Netanyahu aveva espresso la sua ferma opposizione, ribadendo che “lo Stato di Palestina passa obbligatoriamente per il riconoscimento da parte palestinese di Israele come Stato ebraico”. Con lui si schierano Stati Uniti, Germania e Regno Unito (anche se gli USA scelgono il voto contrario mentre le potenze nordeuropee preferiscono l’astensione). Italia, Francia e Spagna optano per il “sì”. Eppure – fermo restando la dichiarata volontà dei leader dell’Anp a dare riconoscimento allo Stato di Israele – la risoluzione di oggi non ha  nulla a che fare con la politica interna al territorio israelo-palestinese, quanto con il riconoscimento della Palestina sul piano internazionale; riconoscimento di cui Israele gode – a pieno titolo – già dal 1949 e di cui la lo Stato di Palestina solo oggi comincia a vedere la realizzazione, per quanto monca. Israele, infatti, è uno stato membro a tutti gli effetti, la Palestina non lo diventa neppure con il voto di oggi. Lo scorso settembre, infatti, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha negato allo Stato di Palestina il medesimo status dello Stato di Israele. Ed è per questo che Mahmoud Abbas e Abu Mazen hanno deciso di centrare un obiettivo minore ma più facile da raggiungere, quello – per l’appunto – di Stato Osservatore.

Le notizie in arrivo da Tel Aviv nei minuti precedenti la risoluzione raccontano due storie; una di grande democrazia che riguarda la manifestazione che 250 persone hanno tenuto a favore del riconoscimento dello Stato di Palestina, l’altra di profonda intolleranza che racconta delle forze di polizia israeliane che hanno vietato ai cittadini palestinesi residenti a Gerusalemme di seguire il discorso di Abu Mazen al Palazzo di Vetro su di un maxi schermo installato alla porta Damasco. Inoltre, ci sono notizie di minacce di ritiro delle licenze per i ristoranti che hanno deciso di offrire ai loro clienti la possibilità di seguire l’andamento della risoluzione. Un atteggiamento di certo non esemplare per un paese che rivendica – ogni volta che può – l’identità di “unico governo democratico del Medio Oriente”.

A livello istituzionale, USA e Israele hanno già annunciato “conseguenze” economiche e diplomatiche. Mentre l’Assemblea Generale era riunita, infatti, un gruppo di senatori democratici e repubblicani ha annunciato l’intenzione di presentare al Congresso un disegno di legge che blocchi i finanziamenti alla Palestina e rifiuti la presenza della rappresentanza diplomatica che l’Autorità Nazionale Palestinese ha attualmente a Washington. Anche in virtù di simili ed altre ritorsioni, il Kuwait ha annunciato il prossimo invio di cinquanta milioni di dollari nelle casse dello Stato di Palestina, necessari – secondo l’inviato del Kuwait alla Lega Araba, Jamal al-Ghunaim – a far fronte a un velato embargo economico-finanziaria che potrebbe seguire la risoluzione.

Al momento, l’impegno verbale del presidente dell Autorità Nazionale Palestinese è di non presentare – da qui a sei meni – alcuna denuncia alla Corte Internazionale contro Israele per crimini contro l’umanità. Ma è evidente che tale questione si riproporrà a stretto giro giacché a pochi minuti dall’inizio dall’incontro al Palazzo di Vetro di New York, il consigliere del presidente Abbas –  Nimir Hammad –  ha dichiarato ad Al Jazeera che Israele, colonizzando indiscriminatamente la Cisgiordania, ha bloccato il process di pace, e ha aggiunto: “Non credo che il problema sia andare o meno alla Corte Internazionale. Se Israele teme questa possibilità, significa che sa di essere responsabile di crimini contro l’umanità”.

Il discorso del presidente dell’Anp, Mahmoud Abbas

La Palestina si presenta oggi perché crede nella pace, convinta che la comunità internazionale ha di fronte l’ultima possibilità per salvare la soluzione a due Stati. L’occupazione deve finire, c’è un popolo che va liberato. Il popolo palestinese è miracolosamente sopravvissuto alla catastrofe della Nakba, quando centinaia di migliaia di palestinesi sono stati deportati e cacciati dalla loro bellissima e prospera terra verso campi profughi. Una pulizia etnica. Il popolo palestinese, nonostante gli orrori, continua a resistere. L’OLP, rappresentante legittimo del popolo palestinese e leader della lotta palestinese, ha deciso nel 1988 di dichiarare l’indipendenza della Palestina, sotto la leadership di Yasser Arafat. Una decisione storica e coraggiosa, contro l’aggressione e l’occupazione. Il mondo conosce le minacce che Israele ha mosso in questi mesi alla Palestina perché non si presentasse all’ONU. Siete testimoni di queste minacce. L’ultima, terribile, contro la Striscia di Gaza. Israele non intende proseguire nel processo di pace. Il nostro popolo subisce pulizia etnica, attacchi dei coloni, colonizzazione selvaggia. Israele deve assumersi la responsabilità della colonizzazione, dell’occupazione e delle politiche di aggressione contro il popolo palestinese. Non siamo qui per delegittimare uno Stato riconosciuto anni e anni fa, ma vogliamo veder riconosciuto il diritto del popolo palestinese ad avere un proprio Stato. Così intendiamo dare una nuova spinta ai negoziati. Non siamo stanchi, non ci arrenderemo. Il nostro popolo non cederà i propri diritti nazionali, ha il diritto di difendersi da aggressioni e occupazione. Continueremo la nostra bellissima resistenza nonviolenta. Continueremo a costruire sulla nostra terra, con Gerusalemme come capitale. Vogliamo uno Stato accanto a quello israeliano, nei territori occupati nel 1967 e il riconoscimento del diritto al ritorno dei profughi palestinesi. Non è terrorismo. Questa occupazione razzista è l’ostacolo alla pace. Il mondo deve prendersi la responsabilità di fermare questa ingiustizia nei confronti del popolo palestinese, un’ingiustizia che va avanti dalla Nakba. È una decisione che richiede coraggio. Invierete un messaggio al popolo palestinese, ai prigionieri politici nelle carceri israeliane, ai profughi della diaspora e ai rifugiati in Palestina”. 

Il discorso del rappresentante di Israele, Ron Prosor

“La Palestina deve riconoscere Israele come Stato ebraico e fermare la guerra contro Israele. Israele non può accettare tale risoluzione: l’unica via alla pace è il negoziato. Questa risoluzione è unilaterale e riporta indietro il processo di pace. Ho un messaggio per l’Assemblea: nessuna decisione dell’Onu può distruggere il legame tra il popolo ebraico e lo Stato di Israele. Abbas preferisce i simboli alla realtà. Preferisce volare a New York invece di venire a Gerusalemme per negoziare. Il mondo sa che quando è stato possibile, Israele ha scelto la pace: è successo con l’Egitto e con la Giordania. Con Camp David nel 2000 Israele ha teso la mano. Nel 2005 Israele si è ritirato da Gaza. Nonostante ciò, la Palestina ha trasformato Gaza in un nuovo Iran, in una base di lancio di missili iraniani contro Israele. Sempre la leadership palestinese ha rifiutato di assumersi la responsabilità del processo di pace. Non accettiamo una base terroristica iraniana nel nostro Paese. La Palestina non ha mai riconosciuto Israele come Stato ebraico, nonostante la comunità internazionale lo abbia fatto sessantacinque anni fa. Abbas ci accusa di giudaizzare Gerusalemme e cambiarne la natura. Abbas, è tempo di scegliere la pace con Israele: questa risoluzione non cambierà nulla sul terreno, non cambierà il fatto che l’ANP non ha controllo su Gaza. Questa risoluzione non permetterà all’ANP di firmare trattati e partecipare a istituzioni internazionali. Non fermerà il conflitto. Il popolo israeliano si chiede a cosa serva proseguire con i negoziati se dall’altra parte non c’è risposta. C’è solo una via per lo Stato palestinese: negoziati diretti tra Ramallah e Gerusalemme, e non un seggio all’Onu. La Palestina compie di nuovo un errore. Non riconobbe 65 anni fa Israele e non intende farlo ora. La comunità internazionale deve fare pressioni sull’ANP perché torni a negoziati, senza precondizioni.”

Fonte: http://www.fanpage.it