Donne italiane e lavoro: il rapporto dell’Ocse mette in evidenza le carenze del welfare

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Lavorano di più ma vengono retribuite di meno rispetto agli uomini: ecco il quadro descritto da un rapporto Ocse sulle donne italiane

In Italia le donne hanno uno dei tassi più bassi di partecipazione al lavoro fra i Paesi dell’Ocse e al contempo conducono una delle routine quotidiane più stressanti. Si tratta di lavoratrici più istruite e talvolta più qualificate e preparate dei propri coetanei, eppure sono meno presenti nei mestieri più redditizi. Unica nota positiva nel confronto con gli altri Paesi è il gap salariale fra generi, che risulta essere uno dei più bassi.

Parità di genere nel mondo del lavoro: il rapporto Ocse

Dal rapporto Ocse sulla lotta per la parità di genere emerge un quadro dell’Italia tutt’altro che roseo, soprattutto per quanto riguarda l’occupazione e il suo conciliarsi alle responsabilità in seno alla famiglia. Al contrario, sono migliorati gli aspetti che riguardano governance e istruzione. “In Italia una sfida chiave resta quella di facilitare l’ingresso e la permanenza delle donne sul mercato del lavoro”, ha sottolineato lo studio.

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Molto più lavoro ma la maggior parte non è retribuito

I dati statistici la dicono lunga: il contributo di partecipazione delle donne alla forza lavoro in Italia costituisce soltanto il 48%. Troppo poco se si pensa che le donne lavorano complessivamente più degli uomini se al lavoro retribuito si aggiunge quello non pagato che include molto spesso la cura della casa e delle persone. Questo modello, diffuso in tutti i Paesi industrializzati, in Italia pesa su circa tre quarti delle donne. Secondo i dati dell’Ocse, una donna italiana di età compresa fra i 15 e i 64 anni in media dedica 315 minuti giornalieri al lavoro non retribuito e 197 minuti a quello pagato. Davanti all’Italia soltanto Portogallo, Turchia e Messico, che oltre ad un maggiore quantitativo di lavoro non pagato presentano anche gap di genere più ampi.

Mamme penalizzate per mancanza di strutture adeguate

Molte donne italiane, con l’arrivo della maternità, spesso sono costrette a lasciare il lavoro o a ridurne le ore. In base ai dati Ocse uno dei motivi principali del basso tasso di partecipazione femminile è la mancanza di servizi di assistenza all’infanzia di qualità e al contempo convenienti. Soltanto un bimbo italiano su 4 in età inclusa fra i 0 e i 2 anni viene affidato alle cure di asilo nido o di strutture analoghe contro una media Ocse più alta (34%) e dei Paesi con maggior occupazione femminile come la Danimarca (65%) o la Francia (51%).

Nonostante il Governo italiano abbia cercato di sostenere le famiglie con l’assistenza all’infanzia tramite un sistema con voucher, persistono tuttora delle notevoli disparità regionali. Sempre secondo i dati e i calcoli Ocse la perdita media di reddito annuale per una famiglia italiana alla nascita di un figlio tra il 2007 e il 2013 è stata del 31%, al secondo posto dopo il Portogallo.

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Lavoro in rapporto all’istruzione

Sono le donne meno istruite ad avere più difficoltà nel trovare un lavoro e mantenerlo. In seguito alla maternità, le donne con minor qualifica hanno il 40% in meno di probabilità di avere un lavoro rispetto agli uomini (padri) con il medesimo livello di istruzione. Una carriera lavorativa frammentata corrisponde anche ad una pensione minore, che in Italia corrisponde al 33% in meno in media.

Dati preoccupanti nonostante le donne laureate in Italia rappresentino il 58,7%, media più alta di quella Ocse del 58,2%. Non solo: fra laureati in informatica, matematica e scienze le donne rappresentano il 53,1% contro una media Ocse del 39%. Le donne attive nel mercato del lavoro generalmente sono quelle più istruite e con potenzialità retributive più alte delle donne inattive.

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Lavoro autonomo, bassa retribuzione

Occorre considerare che dalle statistiche ufficiali mancano le occupazioni “informali” delle donne: se venissero incluse sicuramente il gap di genere retributivo si allargherebbe notevolmente. Sulle percentuali incide anche il tasso di lavoro autonomo femminile, molto alto in Italia (16%) rispetto alla media Ocse, sebbene rimanga comunque più basso rispetto a quello maschile. In questi casi, però, il divario di genere per quanto concerne il reddito è davvero ampio: le donne italiane che hanno un lavoro autonomo guadagnano ben il 54% in meno rispetto ai lavoratori autonomi. Le ragioni dietro a questi dati sono più d’una, fra cui anche il fatto che spesso molte donne lavorano in settori meno redditizi e per meno ore rispetto agli uomini. Altro fattore non trascurabile è il fatto che per le donne sia più difficile rispetto agli uomini avere accesso a dei finanziamenti per avviare o ampliare un’azienda.

Nonostante i numerosi ostacoli sono stati registrati dei miglioramenti nell’uguaglianza di genere, specialmente per le fasce alte di reddito. Secondo il rapporto dell’Ocse, in questi ultimi anni l’Italia ha aumentato in maniera significativa la partecipazione delle donne nei consigli di amministrazione delle imprese introducendo delle quote di genere nelle aziende. La proporzione di donne presenti nei consigli di amministrazione è passata dal 15% del 2013 al 30% del 2016.

Il Team di BreakNotizie