Derivati di Stato, contestato il danno erariale: la Corte dei Conti cita in giudizio Morgan Stanley e Tesoro

Derivati di Stato, contestato il danno erariale: la Corte dei Conti cita in giudizio Morgan Stanley e Tesoro

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In merito alla vicenda dei derivati di Stato stipulati dalla banca Morgan Stanley con il Dipartimento del Tesoro, la Corte dei Conti ha contestato un danno erariale di 3,9 miliardi di euro.

La fase istruttoria iniziata nel 2016 (e nel corso della quale i magistrati contabili avevano proposto invano una transazione onerosa ai diretti interessati) è arrivata di recente a conclusione e quella della Corte dei Conti ha tutti i crismi della stangata: infatti, l’organo dello stato che si occupa della vigilanza in materia fiscale ha citato in giudizio quattro dirigenti del Tesoro e anche la banca d’affari statunitense Morgan Stanley, contestando un danno all’erario di 3,9 miliardi di euro per la “ristrutturazione” dei derivati sul debito pubblico. La prima udienza del processo è fissata ad aprile 2018, mentre è probabile che si arriverà a sentenza entro luglio.

I DERIVATI STIPULATI DAL TESORO – La notizia non ha mancato di mettere in fibrillazione il mondo della finanza ma anche gli stessi vertici del Tesoro, dato che una sentenza di condanna creerebbe un importante precedente. Al momento, oltre alla banca con sede a New York, andranno a giudizio Maria Cannata e Vincenzo La Via, rispettivamente responsabile del debito pubblico e direttore generale del Tesoro, assieme a due ex Ministri dell’Economia, vale a dire Domenico Siniscalco (nel secondo governo Berlusconi) e Vittorio Grilli (nel governo Monti). Inoltre, va ricordato che l’esito del giudizio potrà essere successivamente impugnato davanti alla sezione d’appello ma, in caso di condanna e di mancato pagamento delle suddette somme, la Corte potrà procedere al pignoramento dei beni.

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NESSUN DICHIARAZIONE DEI DIRETTI INTERESSATI – Al momento, gli imputati si sono trincerati dietro un laconico “no comment” e nemmeno i due ex titolari del Ministero di Via Venti Settembre hanno rilasciato dichiarazioni: tuttavia, un portavoce del Tesoro ha affermato che c’è “piena fiducia” nel lavoro svolto dai dirigenti e anche nell’operato della magistratura, affinché “venga fatta chiarezza sugli episodi oggetto di accertamenti”. Diversa invece la posizione dei vertici di Morgan Stanley: se nel 2016, di fronte alla possibilità di una transazione, avevano risposto che “la proposta era priva di fondamento”, adesso hanno scelto la strada del silenzio in attesa di mettere a punto la strategia difensiva. Infine, pur non essendo stato chiamato direttamente in causa, a finire nel mirino è anche l’ex premier Mario Monti: fu il suo governo nel 2012 ad approvare il versamento di 3 miliardi alla banca come conseguenza della clausola di “Additional termination event” che consentiva all’istituto di estinguere l’operazione sui derivati finanziari a propria discrezione.

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L’IMPATTO SUL DEBITO PUBBLICO – I magistrati contabili ora cercheranno di capire come mai Morgan Stanley abbia chiesto all’Italia la “chiusura della propria posizione”, procedura di rado applicata: secondo alcuni, la vicenda andrebbe letta in relazione al declassamento che nel 2012 l’agenzia di rating Standard & Poor’s dichiarò per il nostro Paese. In attesa di verificare quelle che sono soltanto delle ipotesi plausibili, di certo c’è che nel triennio 2013-2016 quei derivati hanno avuto un impatto negativo di 24 miliardi sull’economia italiana. Alla luce di quanto si è scoperto oggi, le motivazioni che il Tesoro fornì in quel periodo (ovvero che i derivati di Stato servivano come “assicurazione” contro un aumento dei tassi) non stanno più in piedi: in base a quanto spiegato dalla procura della Corte che ha condotto l’istruttoria, i contratti “avevano in realtà profili speculativi che li rendevano poco adatti alla ristrutturazione del debito pubblico”.

 

 

Il team di BreakNotizie

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