Dal romanzo di Michael Lewis alla pellicola di Adam McKay: “The Big Short” e le contraddizioni del mondo della finanza

Dal romanzo di Michael Lewis alla pellicola di Adam McKay: “The Big Short” e le contraddizioni del mondo della finanza

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Il filone dei film dedicati al mondo della finanza e all’analisi della situazione economica globale è uno dei più fecondi e amati dagli sceneggiatori hollywoodiani.

img_1803214682097498.jpgDopo il clamoroso successo riscosso negli anni Ottanta da “Wall Street” (1987), e sull’onda del clamoroso sgonfiamento della bolla immobiliare nel 2006, sono stati molti i registi che hanno deciso di cimentarsi con un tema di così stringente attualità. Basti pensare, restando agli esempi più celebri, al succitato capolavoro di Oliver Stone oppure al recente “The Wolf of Wall Street” firmato da Martin Scorsese, fino ad arrivare a “Capitalism: A Love Story”, sferzante documentario girato da Michael Moore. Anche per questo motivo, l’arrivo nelle sale di “The Big Short” (La Grande Scommessa), pellicola diretta da Adam McKay e che incentra la sua attenzione sugli eventi che hanno portato alla crisi finanziaria del biennio 2007-2008, ha riscosso un discreto successo di pubblico, ottenendo anche cinque nomination agli Oscar 2016.

Le vicende narrate ne “La Grande Scommessa” sono ispirate a un best-seller scritto da Michael Lewis nel 2010, diventato anche un piccolo caso all’interno del panorama editoriale statunitense. Il romanzo di Lewis (intitolato appunto “The Big Short”, ovvero il grande scoperto) incentrava la sua attenzione su di un gruppo di speculatori finanziari, tanto bizzarri quanto visionari: i quattro protagonisti intuiscono con largo anticipo cosa sarebbe accaduto a seguito della crisi dei subprime che diede origine a una recessione considerata da molti economisti molto simile alla Grande Depressione del 1929. In questo modo decidono di approfittare della situazione, facendo precipitare gli eventi e traendone un notevole profitto. Prendendo spunto dal libro di Lewis (peraltro autore anche del soggetto del film), Adam McKay ha dato vita a un prodotto che si inserisce nell’ambito del mainstream ma, avvalendosi di un cast di notevole spessore, prova a comporre un ritratto di grande respiro della società americana e dei meccanismi che regolano il mercato globale.

I quattro protagonisti di “The Big Short” sono degli anti-eroi che hanno le fattezze di Brad Pitt, Christian Bale, Ryan Gosling e Steve Carell. Spavaldi e arroganti, questi investitori di New York rappresentano un’intera generazione che, assuefatta da quella droga chiamata speculazione, oltre che dall’illusione che i rendimenti sui fondi di investimento non sarebbero mai finiti, sfidano le leggi del mercato. E, nel loro caso, ne escono vincitori a differenza di altri. McKay, basandosi sullo script di Lewis, dà vita a quattro caratteri indimenticabili e la cui eccentricità non rende affatto “The Big Short” una versione macchiettistica di “Wall Street”.

Il regista di Philadelphia si allontana infatti dal genere comedy che ha caratterizzato i suoi precedenti lavori: il registro è quello del dramma e coloro che cavalcano l’onda di quel crack sono l’esatta personificazione di un mondo in cui è il senso di impunità a dettare legge. Anzi, già nelle pagine del libro di Lewis, Michael Burry, Mark Baum, Jared Vennett e Ben Rickert si mostrano come dei novelli Gordon Gekko, scommettendo contro quello stesso sistema, fino a farlo implodere pur di guadagnare milioni di dollari. Emblematica, in tal senso, è la sequenza del casinò in cui è affidato proprio alla popstar Selena Gomez (qui impegnata in un cameo) il compito di spiegare in maniera autoironica come funziona la bolla speculativa: in pratica, una sorta di presa in giro dell’ennesimo “sogno americano” andato in frantumi.

Il team di BreakNotizie

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