Cosa puoi creare raccontando: qual è il potere delle parole

Cosa puoi creare raccontando: qual è il potere delle parole

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Quando parliamo non ci rendiamo conto del potere che possiedono le nostre parole ma molte culture hanno riconosciuto all’atto del narrare la capacità di creare nuove realtà.

Un vecchio adagio recita: ne ferisce più la penna che la spada. Potremmo pensare che si tratta soltanto di un modo di dire, di una locuzione che intende che spesso quello che diciamo è molto più potente di qualunque forza al mondo, anche della forza delle armi. Ma forse dietro questa espressione popolare si cela una saggezza molto più antica, una saggezza che noi moderni rischiamo di dimenticare o di manipolare a nostro piacere, trasformandola in qualcosa di perverso.

Dietro all’adagio che abbiamo riportato si sottintende un concetto molto forte, che è quello secondo il quale la parola ha potere creatore. Quando noi nominiamo qualcosa è come se gli dessimo forma e sostanza: il creato inizia realmente ad esistere solo nel momento in cui qualcuno comincia a raccontarlo. Per chi crede nella religione cristiana, la conferma sta nel Vangelo di Giovanni, che dice che in principio era il Verbo.

Questa espressione un po’ oscura in realtà significa semplicemente che Dio, colui che ha fatto il cielo e la terra, non è altro che parola perché è la parola che crea. Non è dunque un caso che questo stesso principio torni anche in altre culture e in altre religioni. Pensiamo ad esempio agli indiani Navajo, che credevano che le parole avessero il potere di guarire dalle malattie. Pensiamo anche ai Veda e ai mantra dell’induismo, che non sono altro che sillabe ripetute che aiutano a focalizzare la propria mente per superare un ostacolo.

Il potere immaginifico delle parole è sempre stato riconosciuto nella storia dell’uomo: prima dell’Atto c’è sempre la Parola, niente può essere se prima non viene sognato nella mente di qualcuno che poi esprime il suo pensiero verbalmente permettendogli di essere tradotto in realtà. Proprio come accadeva nella cultura degli indiani d’America, ci sono ancora delle scienze mediche che ritengono sia possibile curare le ferite dell’anima attraverso il racconto.

La nostra società contemporanea, però, spesso usa questo potere creativo delle parole in modo malato e distorto. Le parole, anziché essere usate per dare vita ad un miglioramento della condizione umana, vengono usate per travisare la realtà, per nascondere ciò che è reale e dare vita ad una verità parallela che confonde le menti e distoglie da quello che è l’obiettivo ultimo del creato e di ognuno di noi.

Nel tempo della tecnologia l’uomo si crede onnipotente e capace di dominare l’Universo con le sue conoscenze evolute, ma sta dimenticando il potere delle parole. La parola magica per eccellenza, Abracadabra, viene dall’aramaico e vuol dire “Creo quello che dico. Se ci si dimentica che prima della creazione c’è sempre la narrazione, si perde un pezzo importante del processo, che dunque non va a buon fine, esce dal suo tracciato e crea qualcosa di malato e perverso.

Le parole non vanno usate per distorcere il vero ma per dare vita a nuovi universi che avvicinino progressivamente l’Umanità al suo fine ultimo, che è la felicità. E la felicità può essere attinta finché continuiamo a credere che ciò che si può sognare si può anche fare, e finché lottiamo per dare corpo alle immagini che disegniamo nella nostra mente.

Il Team di Breaknotizie

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